Io credo, non credo, perché credere

16 Feb

È la terza, lunga conversazione televisiva che Don Marco Pozza, il parroco quarantenne del carcere Due Palazzi di Padova, ha con Papa Francesco. Tutte e tre hanno generato programmi televisivi in onda su TV2000. Le preghiere piu’ note, piu’ recitate, quelle piu’ a rischio di uno svuotamento in mantra che nemmeno introducono alla meditazione.
Siamo partiti dal Padre Nostro, poi l’Ave Maria e adesso il Credo. Adesso perche’ la prima delle otto puntate di IO CREDO andrà in onda domani lunedi 17 febbraio, alle 21.05 su TV2000.

Il format, sempre quello. Ogni volta una parte della conversazione con Papa Francesco e altri due segmenti che hanno a che fare con il titolo della puntata, una frase della preghiera. Gli altri due segmenti sono una storia di comunita’ che ha messo al centro della sua opera il Credo e e un dialogo con una personalità laica, spesso dichiarata “non credente”. Ho usato il vocabolo “personalità” per non usare quello del Grande Fratello, “vipponi” che fa venire i brividi come un graffio sulla lavagna (non so chi siano quasi tutti i reclusi di quest’anno).
Nella prima puntata il filosofo Salvatore Natoli e la comunita’ fondata da don Beppe Gobbo in collina, sopra Vicenza. Don Beppe, che è stato prete operaio, per chi ha memoria di quella stagione. Poi arriveranno altri, non tutti filosofi, anche se Paolo Bonolis potrebbe essere omologato come tale, tuffandoci in una lettura rivisitata della dialettica hegeliana.

I Dieci Comandamenti di Enzo Biagi (1991) e Credere Non Credere di Sergio Zavoli (1995) avevano scelto come interlocutore nella Chiesa il cardinale Tonini. Il racconto di un paese e una Chiesa altri da oggi.
Papa Francesco si è fatto narratore, divulgatore, catechista. Don Marco è giovane teologo, entrato in seminario all’eta’ di dieci anni, piu’ o meno quando quei programmi della RAI andavano in onda.
Sarebbe interessante ripercorrere la nostra storia attraverso un lavoro nelle teche che individui un filo teso tra i comunicatori della Chiesa. Credo si vedrebbe come gradualmente la televisione generalista abbia marginalizzato e perimetrato le voci religiose. E non in nome di una presunta laicizzazione dei contenuti. Per altri motivi, forse leggermente piu’ triviali. Lo dico da “non credente”.

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