La riconversione dell’economia di guerra. Ventilatori per tutti

19 Mar

Non solo la produzione di mascherine a cui si stanno convertendo grandi catene dell’abbigliamento e fabbriche tessili.
Leggiamo di una possibile grande ritaratura del complesso militare industriale negli Stati Uniti. Non si vendono abiti e macchine.
Detroit è ferma. Si è fermato anche il gioiello di Wall Street, la Tesla. Fino al 30 marzo tutte le fabbriche dell’auto sono chiuse e la sanificazione è in corso.
L’industria automobilistica è quella che ha la capacita’, il volume, l’intelligenza per produrre i ventilatori utilizzati nelle terapie contro il virus.
Di questo si parla in questi giorni.

Nel 1940 (dopo l’invasione di Polonia, Belgio, Francia, Paesi Bassi, Lussemburgo) gli Stati Uniti non erano la potenza militare che sono oggi. La sua aviazione era al diciottesimo posto nel mondo per numero di velivoli, con 54 bombardieri. Il presidente Roosevelt chiese di arrivare alla produzione di 50.000 aerei.
L’industria aeronautica non era in grado di soddisfare la domanda. Entro’ in campo Detroit. Nel 1944 l’aviazione poteva contare su 100.000 apparecchi. Nel 1942 si realizzava un solo B-24 al mese. Due anni dopo fu possibile parcheggiarne fuori dalle fabbriche Ford 650 al mese. Si lavorava sette giorni alla settimana su piu’ turni. Lasciamo da parte ora il dibattito che animo’ e segui’ quei giorni.

Le guerre mutano la geografia umana di un paese. Risistema scale di priorità. Fanno sfracelli di disoccupati e aprono drammatici scenari di occupazione, al tempo stesso, non solo nella sanità. Come sta accadendo gia’ ora negli Stati Uniti. Senza gli ammortizzatori sociali a cui è abituata una larga porzione del nostro tessuto sociale.
Il destino di un paese sta nella rapidità delle decisioni e nella sua possibilità di incidere sul corso degli avvenimenti.
Il dibattito sulla decrescita felice potra’ essere ripreso quando arriverà la pace, dopo la guerra.

Comments are closed.