Una lettera dal Mozambico, in tempi di coronavirus

14 Apr

Ho conosciuto Martina Bolognesi lo scorso anno. È la responsabile, in Mozambico, della comunicazione dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS), Ministero degli Esteri del nostro paese. Il Mozambico è stato uno dei paesi che ho raccontato con con Vasi, operatore e amico. Il programma è stato realizzato per Rai Italia. Titolo “Solidali d’Italia”.
Martina ci ha accompagnato nel viaggio. Le ho chiesto spesso di fermarci una giornata in una di quelle spiagge che abbiamo visto la sera al buio e la mattina alle sei. Non c’era tempo (diceva Martina).
Martina è brava ed entusiasta. E poi sorride. Un’italiana di cui andare fieri.
L’Africa è la grande incognita di questa pandemia.

Caro Andrea,
come stai? Ogni mattina leggo i giornali che parlano di coronavirus e Italia e Europa e Stati Uniti, vedo poche notizie o previsioni sull’Africa, quasi niente sul Mozambico – tranne le riviste specializzate. Grazie per concedermi questa opportunità di poter dare un piccolo spaccato su di un paese che si trova proprio in fondo all’Africa; credo anche che le persone potrebbero sentirsi incoraggiate a leggere, dal loro divano, cosa si prospetta in questa parte di mondo, dove sono pochi ad avere divani in casa.

Cosa ci si aspetta qua, Andrea? È imprevedibile, ma temiamo il peggio. Sperando ovviamente di sbagliarci. Nel momento in cui ti scrivo questa lettera, ci sono 28 casi ufficialmente confermati di coronavirus in tutto il Paese, su 662 test effettuati. Immaginiamo che in realtà i casi reali siano molti di più; l’Istituto Nazionale della Sanità sta facendo i tamponi con il contagocce, dal momento che i test a disposizione sono limitati, e il fatto di “prendere del tempo” potrebbe permettere al Governo di prepararsi per quella che potrebbe essere l’ennesima tragedia sanitaria. Dico ennesima perché mi viene da dire che il virus non possa che essere una cosa in più rispetto alle “normali” condizioni di salute in cui versano i mozambicani, dove gli shock sono costanti. L’anno scorso, come sai, qua sono arrivati non uno, ma due cicloni tropicali, a distanza di un mese: il primo ha distrutto il 90% di Beira, una delle città più importanti del paese; il secondo ha attraversato l’isola di Ibo e buona parte di Capo Delgado, dove, tra l’altro, dal 2017 si avvicendano attacchi di presunta matrice jihadista. Dopo i cicloni è scattata l‘emergenza sanitaria, con diverse epidemie di colera scoppiate nei campi rifugiati allestiti dal governo, e nelle infinite baraccopoli, che hai conosciuto anche tu. Il 2019 è stato duro per il Mozambico. Oltre ai cicloni e le malattie legate alle condizioni igieniche, all’acqua non sicura e alla malnutrizione, più del 12% della popolazione convive con HIV – AIDS, cosa che preoccupa, se è vero che il virus attacca con più ferocia chi ha un sistema immunitario fragile. Da questa parte di mondo si muore ancora di tubercolosi e di malaria, e le malattie non trasmissibili (cancro, diabete, ipertensione) sono in aumento.

Cosa ci si aspetta, in un Paese che ha 5 letti di ospedale ogni 10.000 abitanti? Dove quasi un centro sanitario su 5 non ha energia elettrica? Dove sembra che ci sia una unica stanza di terapia intensiva, peraltro non riconosciuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità?

Ci si aspetta una bella botta, direi.

È vero anche che la popolazione mozambicana è molto giovane (la metà ha meno di 18 anni), quindi in pochi rientrerebbero nel famoso gruppo a rischio, ed è vero (è vero? Non l’ho capito) che le temperature alte potrebbero scoraggiare i contagi; che, a detta di un epidemiologo italiano, il sistema immunitario degli africani potrebbe essere più allenato del nostro. Che le città sono meno popolate rispetto alle nostre. Non so se tutto questo basti a spiegare la lenta curva del contagio in Mozambico e in molti paesi africani.

Non lo so, Andrea. Paura? Non troppa per il momento. Bisogno di tornare a casa? No, a meno che la mia vita non sia messa in serio ed imminente pericolo. E poi, queste premesse mi ricordano che sono qua per un motivo. Per molti motivi.

In ogni caso, i voli plausibili per un possibile rientro ormai si contano sulla punta delle dita.

Effettivamente non voglio troppo pensare al fatto che mi trovo a 15 ore di aereo dall’Italia, senza possibilità di prendere un aereo. Ma questo mi succede anche senza emergenza pandemia, quando mi capita di geolocalizzarmi su Google Maps, e mi prende un colpo ogni volta che mi ricordo dove sto vivendo da più di due anni. È così lontano!

Mi preoccupa pensare alle conseguenze che potrebbero avere le misure adottate dal Governo e dai governi dei paesi confinanti, che rischiano di avere conseguenze più devastanti del virus stesso; se ti ricordi, il Mozambico non produce molto, perché mancano le strutture di trasformazione dei prodotti; con il lockdown imposto dal vicino Sudafrica e il taglio dei voli internazionali, il mercato interno soffre, i prezzi aumentano, e la pance dei più poveri brontolano. Qua ancora non si parla di lockdown, ma potrebbe arrivare presto. E a quel punto, cosa succederà?

Ti ricordi Chamanculo, Andrea? Se te la ricordi, ti ricorderai anche di quanto fossero ammassate l’una sull’altra le casette di lamiera che formano questa sterminata baraccopoli, dove vivono 150 mila persone – che ora che ci penso, sono circa gli abitanti di Pisa, la città dove sono nata. Una Pisa dentro Maputo, fatta di baracche e mercati informali. Ti ricordi che siamo entrati nella casa di un signore che viveva là? In quanti abitavano in quella baracca – 8, 10 persone? Bene. Come possiamo pensare che persone che vivono in queste condizioni – che sono la maggioranza in Mozambico – possano adottare l’isolamento o il distanziamento sociale?

E ti ricordi quando le vostre telecamere si sono soffermate curiose su questi pick up che trasportavano decine e decine di mozambicani, sul cassone didietro, all’aperto? Ci sono anche autobus e minivan, ma in molti possono permettersi solo il myloveper spostarsi. Si chiama mylove proprio perché chi deve viaggiarci è costretto ad abbracciare ed accalappiarsi agli altri passeggeri se non vuole volare via ad ogni curva. Il Governo sta proibendo la circolazione di alcuni dei tradizionali mezzi di trasporto che qua vengono usati comunemente, come il mylove e come quelle biciclette con due sellini usate come taxi – ti ricordi, quante ne abbiamo viste a Quelimane? Una bellezza. La polizia qualche giorno fa ha iniziato a sequestrare le biciclette, a decine, e francamente non so cosa si inventeranno le centinaia di persone rimaste senza lavoro da un giorno all’altro – non si è parlato di ammortizzatori sociali.

E il turismo? Il turismo già fatica a sbocciare, e lascia i 2.800 kilometri di costa mozambicana, con i suoi atolli cristallini e le sue incredibili riserve naturali (quelle dove non ti ho portato) sgualciti di strutture turistiche. Le poche che ci sono, stanno chiudendo i battenti per mancanza di clienti.

E i mega progetti di gas, che avrebbero dovuto portare il Mozambico ad essere tra i primi paesi esportatori di gas naturale al mondo? Si faranno, non si faranno? Con che conseguenze?

Durante una di quelle che presumo saranno le ultime fughe concessemi verso una spiaggia introvabile e isolata (sempre una di quelle che non ti ho mai mostrato), mi è capitato di chiedere ai mozambicani incontrati se avessero sentito parlare del virus, cosa si aspettassero, come fossero organizzati. La risposta è sempre circa la stessa: “epah, fazer o que, com esta situação..” (eh, cosa dobbiamo fare, con questa situazione..), lo sguardo altrove e gli occhi persi verso l’orizzonte, che solo raramente incrociano i tuoi, per colpa di questo assurdo timore reverenziale che ancora in moltissimi provano verso i bianchi. Chi rimasto senza lavoro da un giorno all’altro, chi costretto a stare dietro ai moltissimi figli, dal momento che le scuole sono chiuse; chi già fatica a campare, e vede diminuire drasticamente i propri guadagni. Mi sembra che i mozambicani sopportino il peso di un ennesimo fardello con serietà e con rassegnazione. Ma se la situazione dovesse peggiorare, arriverà la fame, e arriverà la rabbia.

Spero che un giorno potrete tornare a fare un bell’articolo o un reportage su come il Mozambico ha affrontato gloriosamente la pandemia del coronavirus, e ne sia uscito più forte di prima. Se riuscirai a scrivere una storia del genere, giuro che ti porto a vedere una di quelle spiagge. La più bella!

Ti abbraccio, Martina

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