Una lettera dal Senegal, in tempi di coronavirus

18 Apr

L’Africa è vicina. Dopo la lettera di Martina, quella di Chiara. Chiara Barison è la responsabile, in Senegal, della comunicazione dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS), Ministero degli Esteri del nostro paese. Il Senegal è stato uno dei paesi che ho raccontato con con Vasi, operatore e amico. Il programma è stato realizzato per Rai Italia. Titolo “Solidali d’Italia”.
Chiara vive in Senegal da tempo. È sociologa, giornalista, animatrice di mille iniziative culturali, presenza fissa in un programma televisivo molto visto. Sa tutto di quello che si muove a Dakar. Anche sotto la superficie. Chiara è un’altra italiana, fuori dall’Italia, di cui andare fieri.

Ho sempre avuto un rapporto conflittuale con i tassisti di Dakar, moderni griot metropolitani, come mi piace pensarli. Chi meglio di loro può conoscere il variegato mondo di passaggio, i segreti, i malcontenti e i cambiamenti. Eppure, in piena pandemia, la mia relazione con loro è diventata quasi idilliaca, come degli sposi che dalla noia di un matrimonio ormai decennale, si ritrovano improvvisamente complici. C’è accoglienza nei loro modi e probabilmente anche nei miei, uniti nel vivere un momento storico che ha del surreale. Indossano guanti improbabili che mi ricordano quelli che mia madre comprava al mercato durante il rigido inverno della bassa padovana e che io puntualmente tagliavo per dare loro quel tocco punk; al viso mascherine riadattate a seconda della personalità o delle possibilità. D’altronde la mascherina, oltre a proteggere, può diventare un accessorio must, un tratto distintivo, come per la visionaria e italianissima Miss Keta.

Il Senegal è un paese energico, creativo, in costante movimento e lo si è visto anche in fase di sensibilizzazione. Qualche giorno fa è uscito Daan Corona, una produzione che ha visto coinvolti 20 artisti senegalesi, tra cui spicca Youssou’N’Dour, eccellenza nel panorama musicale internazionale. Oltre a lui, Didier Awadi e Matador, rapper della vecchia scuola da sempre impegnati su temi sociali. Nel video, ragazze longilinee e bellissime, qui definite gazelle sfoggiano mascherine in wax abbinate a vestiti eleganti perché passi la quarantena ma con stile.
Sui social una produzione quasi bulimica di articoli sull’Africa. Resta difficile per molti, separare l’insieme dalle singole entità, come spiegare dunque che la realtà etiope è diversa da quella senegalese, la gabonese da quella marocchina? Di questa produzione, una larga maggioranza è unanime nel dare per certa una prossima ecatombe. Come concepire d’altronde che il continente, con i suoi atavici problemi, riesca ad affrontare una situazione di crisi che ha messo in ginocchio il moderno occidente?

In Senegal molti espatriati si sono affrettati a rientrare, spaventati da queste ipotesi apocalittiche. Personalmente non ho mai davvero temuto, per incoscienza sentenzieranno molti, o perché, più semplicemente, in questi dieci anni di vita senegalese ho imparato a lasciarmi sorprendere positivamente, sempre.
La quotidianità si è riadattata alla “façon sénégalaise” dopo che lo scorso 2 marzo è stato registrato il primo caso di Covid-19.
Da allora ad oggi, 17 aprile, sono 342 le persone dichiarate positive, di cui 198 quelle guarite e 140 ancora in cura. Tre i decessi registrati e un evacuato (secondo i dati del Ministero della salute).
Un “caso” più unico che raro, quello senegalese, con un tasso pari al 61% di guarigioni, al centro di numerosi dibattiti sui media stranieri che decorticano decreti adottati e procedure mediche applicate per scoprirne l’arcano.

Il governo senegalese ha fin da subito adottato misure restrittive adattate al background economico, sociale, culturale e religioso. Dopo i decreti che hanno ordinato la chiusura provvisoria di scuole, spazio aereo e il divieto di manifestazioni, raduni e cortei; l’adozione dello smart work e la chiusura di molti locali, il 23 marzo, in un messaggio alla nazione, il Presidente Macky Sall ha dichiarato lo stato d’emergenza. Le misure prese sono state un coprifuoco dalle ore 20 alle ore 6; la limitazione della circolazione tra le regioni; il divieto di riunioni e di assembramenti negli spazi pubblici e l’istituzione di un fondo di solidarietà di 1000 miliardi di franchi CFA, ribattezzato “Force Covid-19”, a sostegno dell’economia. L’approvvigionamento di materiale farmaceutico e beni di prima necessità è stato garantito oltre a misure fiscali a sostegno dei settori più colpiti come quello alberghiero, della ristorazione, dei trasporti, della cultura e della stampa.
Nessuna quarantena obbligatoria, o almeno, non per ora.
I medici e ricercatori senegalesi non cantano però vittoria, la guardia deve restare alta, come ribadisce spesso il Dr Abdoulaye Bousso, in prima linea nella lotta al Covid-19, perché i casi a trasmissione comunitaria aumentano e con essi il rischio di un’espansione massiva del virus.
Proprio per questo, Ministero della salute, società civile, imprese, artisti, gruppi di attivisti, influencer e media locali continuano incessanti nel loro lavoro di sensibilizzazione che usa i canali più svariati, dalla cartellonistica agli spot; dalla musica, ai graffiti; dai social agli sketch comici.
Ognuno ci mette del suo, come è giusto che sia, probabilmente.

Per chi conosce la realtà senegalese sa che uno sforzo collettivo è stato fatto anche se ancora molto resta da fare. Si notano i controlli della temperatura fuori dai supermercati, le postazioni di lavaggio mani in sempre più punti chiave; una massiva produzione di mascherine, gel e visiere da distribuire gratuitamente, la ricerca di nuovi modelli di respiratori e un tentativo di riassestamento generale delle abitudini, sforzo non indifferente in un luogo dove la condivisione e la prossimità fisica sono pilastri fondanti.
Oltre a questo, di interesse il lavoro fatto dall’associazione degli psicologi senegalesi per prevenire e curare i danni psicologici che questa pandemia genera e quello dell’Associazione delle Giuriste senegalesi (AJS) e di svariati infuencer locali su violenze di genere e quarantena.

Poco investigata ancora la componente inclusione anche se, per dovere di cronaca, alcuni media si sono interessati alle difficoltà vissute dai disabili e buona parte degli spot di sensibilizzazione diffusi sono stati tradotti nella lingua dei segni.
Una popolazione relativamente giovane, misure restrittive immediate e la presa in carico ospedaliera precoce dei malati sono fattori che possono aver giocato positivamente nella lotta al Covid-19 in Senegal, ha precisato il Presidente Macky Sall in un’intervista rilasciata a France 24 e RFI, accennando ad una possibile revisione degli orari del coprifuoco qualora i casi a trasmissione comunitaria dovessero aumentare.
Il mio potrebbe a questo punto sembrare un quadro afro-ottimista, ma non lo è dal momento che non pretende minimamente negare le problematiche esistenti, basti pensare a tutta quella fascia di popolazione, già vulnerabile, che non ha accesso all’informazione o ai servizi di base e che sopravvive grazie ad un’economia informale, allo stesso tempo marginalizzata e colpita dalle ricadute di questo riassestamento. Parlerei piuttosto di una visione afro-responsabile per citare il giovane intellettuale senegalese Hamidou Anne, perché cerca di mettere in luce gli sforzi fatti e i risultati che pure esistono.

Tornando a casa con la mia spesa settimanale, in uno dei pochi momenti di libera uscita che ancora mi concedo, ho bacchettato il giovane tassista che si puliva i denti con un bastoncino di legno, il cosiddetto sothiou, facendogli notare che questo poteva essere un comportamento a rischio. Il ragazzo mi ha guardato annoiato dallo specchietto e non so se per compassione visto il mio aspetto che ricordava l’ultimo Micheal Jackson o per ritrovato senso civico, si è rimesso la mascherina, continuando a chiacchierare con me del più e del meno.
La vita va avanti, nonostante tutto.

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