Cooperanti scrivono

12 Mag

Avrei voglia di scrivere di Silvia Romano. Vedo e ascolto in televisione, leggo tante cose. Nessuno la conosceva prima di un paio di giorni fa. E, mi sembra, nemmeno oggi.
Mi stupiscono alcuni più di altri che hanno frequentato Africa e Asia per mestiere, non da turisti nei resorts. L’ho fatto anch’io (sia nei resorts che nei non resorts) e spesso embedded, facendo incontri con donne, uomini e luoghi indimenticabili ma correndo meno rischi che nel traffico di Roma.
Preferisco ricevere e pubblicare storie che raccolgo da cooperanti italiani. Dopo quelle africane di Martina, Chiara e Michele ecco quella di Carlotta.
Coronavirus e Myanmar. Carlotta ama scrivere. Il suo racconto affonda in un paese che ama, quasi disperatamente. Ci vediamo Carlotta, su Skype.

Non è tempo di baci. Come in Myanmar.
di Carlotta Comparetti

Era la pentola più profonda che avessi mai visto. Una specie di cilindro: la base stretta poco più di un palmo e i bordi alti metà del mio braccio, dato che la prima cosa che ho fatto è stata infilarcelo dentro. Chissà a che cosa serve una pentola così. L’acciaio lucido rifletteva la mia stupida faccia con la precisione di uno specchio: è stata usata ben poco, per ovvie ragioni. Il secondo pensiero è andato al mestolo, di cui non c’era traccia, ma che se ci fosse stato sarebbe stato gigantesco. Il terzo pensiero è diventato un messaggio. Ho sfilato il cellulare dalla tasca, scattato una foto all’oggetto marziano e ho chiesto spiegazioni all’unica persona che, se una risposta c’era, l’avrebbe saputa. La mia amica Milena di Piana di Monte Verna, in provincia di Caserta: amorevole, prosperosa, dolce come una mozzarella. Senza di lei, a Yangon, sarei morta di fame. E non solo io. La sua era la cucina più equipaggiata del cosiddetto “Italian building”, una palazzina di otto piani in cui cinque appartamenti erano occupati dagli italiani di Sanchaung, il quartiere più in voga tra gli expat di Yangon. Uno dei pochi palazzi ad avere l’ascensore, tra l’altro, anche se avevamo paura di usarlo dato il rischio che mancasse la corrente durante il tragitto. Comunque la cucina di Milena custodiva una collezione di oggetti rari e misteriosi che lei si divertiva a illustrare con estrema precisione e un certo orgoglio, tra cui: il frullino, la grattugia per la noce moscata, la macchinetta del caffè con le cialde, il lievito di birra, l’alcool puro («Cosa te ne fai?» – «Il limoncello»), lo zucchero in zollette.

«Hai mai visto una roba del genere Milena?», le scrivo. Poco dopo aver visualizzato la foto della misteriosa pentola, Milena risponde:
«A dire il vero no. A cosa ti serve?»
«A niente credo. L’ho trovata nella casa nuova. La butto nell’aliga?»
«Aliga? Cos’è Aliga?»
«In Sardegna è la spazzatura. Se non l’hai mai vista neanche tu una pentola cosi, mi sa che la butto nell’aliga»
«Mi onora che mi consideri la tua consulente di pentole. Non saprei che farmene neanche io di una pentola così. Forse quando avrai una famiglia e molto numerosa… quindi campa-cavallo! Ma dimmi, come stai? Com’è la nuova vita lontano dall’Asia?»
«Sto bene grazie, Tunisi è bellissima. Tutto a meraviglia».

Quante bugie si possono dire in meno di dieci parole. La verità è che lasciare la Birmania è stato come lasciare un fidanzato che ami ancora, perché è la cosa giusta da fare e perché certi difetti non li cambierai. Ma anche se tutti dicono che è meglio così, che è così che doveva andare, tu hai il cuore a pezzi ed è troppo presto per amare la vita che inizia dopo di lui. Semplicemente non è possibile. Tutto questo non l’ho detto Milena, ancora convalescente dal secondo episodio di dengue spaccaossa che l’ha costretta al letto per un mese con febbre alta e sfoghi cutanei che le hanno colorato il corpo di rosso e giallo.
Dopo quasi tre anni a Yangon, la città più grande e polo economico del Myanmar, mi trovavo catapultata in un’altra vita, distantissima dall’Asia e vicina all’Europa. Infatti la cosa più insolita che avessi visto nelle prime settimane dall’arrivo, era stata proprio quella pentola. E comunque non è vero che l’ho buttata, l’ho rimessa al suo posto: nella credenza di legno di una casa nuova, casa mia, a La Marsa, un quartiere di Tunisi vicino al mare. Vivo qui da dieci mesi, scivolati così rapidamente che ho perso il conto. A portarmici è stato un nuovo lavoro: responsabile della comunicazione per un programma di rafforzamento dei servizi di base in Libia, finanziato dall’Unione Europea e preso in carico dal Ministero degli Esteri italiano per il tramite dalla sede di Tunisi dell’AICS.
A differenza di altre volte, affatto rare nella mia vita, Tunisi non è stata una questione di istinto, passioni o prove di coraggio, ma una scelta ragionata e pianificata: un nuova sfida professionale, non ero mai stata in Africa e per di più vicino a casa. Per l’esattezza, appena 270 chilometri a sud di casa, sull’altra sponda del Mediterraneo. Quello che non avevo contemplato nei miei piani praticamente perfetti era l’ipotesi di una pandemia: un virus sconosciuto e letale che all’alba del 2020 avrebbe messo in ginocchio il mondo a cominciare dai paesi cosiddetti “sviluppati”, primo fra tutti il mio, avverando il fatto inimmaginabile che a “casa” ci sarei tornata ancora più raramente di quando vivevo dall’altra parte del mondo. 

Mentre il COVID-19, che a dicembre è scappato veloce e inarrestabile dalla settima città più grande della Cina, comincia a fare rumore in oltre duecento paesi, in Myanmar tutto tace. I primi casi di contagio vengono resi noti solo il 23 marzo, facendo del Paese uno degli ultimi a parlare del Coronavirus. Un fatto paradossale, se si pensa che il Myanmar e la Cina si congiungono lungo una striscia di terra di circa duemila chilometri: un confine poroso varcato ogni giorno da circa 10.000 lavoratori transfrontalieri . Ancora più curioso se si aggiunge che la Birmania è collegata alla città di Wuhan, punto d’origine della pandemia, da un volo diretto che ha continuato a coprire la tratta fino al 23 gennaio, quando nella città cinese gli ospedali erano ormai già al collasso  Ciliegina sulla torta, il rimpatrio di decine di migliaia di migranti economici birmani dalla Thailandia quando, a marzo, il governo di Bangkok ha annunciato la chiusura delle frontiere. In quell’occasione, masse umane hanno viaggiato su bus sovraffollati prima di disperdersi in ogni angolo del paese. 

Sull’onda dell’ottimismo, che alcuni hanno letto più verosimilmente come un misto di reticenza e orgoglio nazionalista tutt’altro che nuovi al Paese, a metà marzo il ministro della salute Myint Htwe diffonde rosee previsioni di “zero contagi e zero morti”. Una teoria rafforzata dal portavoce del governo Zaw Htay, per cui “lo stile di vita e la dieta dei birmani” sarebbero di per sé “un rimedio naturale contro il virus”, così come prassi e consuetudini sociali. Perché “in Myanmar, a differenza dei paesi occidentali, non ci si stringe la mano, niente baci e abbracci quando ci si saluta e sono ancora in pochi a usare le carte di credito” .
E in effetti in Myanmar si utilizzano quasi esclusivamente banconote. Si usano fino alla consunzione, scolorite, raggrinzite e spesso macchiate di rosso-betel, la noce di areca di cui i birmani masticano le foglie disperdendo i residui per le strade, sotto forma di colate laviche di DNA.

È il primo aprile quando la Consigliera di Stato e Ministro degli Esteri Aung San Suu Kyi fa la sua prima comparsa sul medium preferito dai birmani: Facebook , che conta oltre 21 milioni di utenti in un paese di circa 53 milioni di abitanti, superando il raggio dei media tradizionali e qualunque altra piattaforma social. Non che morisse dalla voglia di resuscitare quel profilo nato nel 2016 e mai utilizzato, chiarisce la Lady, ma lo ritiene il sistema più efficace per diffondere le iniziative del governo nella lotta al virus. Tra queste, la progressiva chiusura del traffico aereo, la disinfezione dei luoghi più frequentati, tra cui la maestosa Swedagon Padoga, che ha continuato a scintillare sotto il getto delle idropulitrici caricate di perossimonosolfato di potassio , quarantena per i viaggiatori e la cancellazione di tutti gli eventi pubblici. Tra i sacrifici più sofferti, il primo è il Thingyan: il capodanno buddista tradizionalmente celebrato tra marzo e aprile con parate di migliaia di persone che dall’alba al tramonto si tramortiscono con secchiate d’acqua per “sciacquarsi di dosso” i peccati dell’anno appena trascorso. Acqua, musica e festa per giorni, una delle tante sorprese che la Birmania rivela a chi, come me, non l’avrebbe mai immaginato.  Eppure quest’anno, come una profezia, a lavare i panni sporchi dei birmani ci ha pensato il cielo: a chiusura di un Tingyan mai celebrato, su Yangon è caduta una pioggia violenta e inaspettata, troppo in anticipo rispetto al monsone che a giugno aprirà la rainy season.
Ovattata dal suono di una pioggia scrosciante, negli stati Arakhan (o Rakhine) e Chin in piena pandemia, ha continuato a consumarsi la guerra tra l’esercito birmano (Tatmadaw) e il gruppo etnico armato dell’Arakan Army (mosso da istanze indipendentiste). Un conflitto che dal 23 marzo, giorno in cui il Myanmar ha reso noto il primo caso di COVID 19, avrebbe causato almeno 32 morti, perlopiù donne e bambini (incluso un operatore umanitario dell’agenzia ONU World Health Organization , oltre il doppio dei feriti e 150.000 sfollati a cui il governo ha tagliato la connessione a internet, privandoli così dell’accesso a informazioni vitali sullo stato della pandemia e delle sue misure di contenimento. Sono proprio loro i bersagli più facili del COVID 19, due volte vittime: i profughi degli stati del Myanmar dilaniati dalla guerra, che Human Rights Watch conta sull’ordine dei 350.000 tra Rakhine, Shan, Chin e Karen. Costretti in campi o accampamenti sovraffollati, in condizioni igieniche precarissime, senza libertà di movimento e con sempre più ridotti aiuti umanitari . 

Alla fine di marzo, mentre la maggior parte delle organizzazioni internazionali e le agenzie delle Nazioni Unite rimpatriavano il loro personale, i miei amici ed ex colleghi dell’AICS di Yangon hanno scelto di restare. Penserete che sono matti o che potevano trovarsi qualcosa di meglio da fare. Ma il fatto è che qualcuno doveva pur rimanere. Perché ce n’è ancora più bisogno e perché ci si aiuta a vicenda, che poi è il senso del nostro lavoro: cooperare. Così questo lockdown lo trascorrono da soli, lontani dalla famiglia, lavorando dalle loro case umide nella meravigliosa giungla urbana di Yangon. Le rare volte che si incontrano, stanno a debita distanza. Senza stringersi la mano e senza effusioni. Proprio come ci insegnano i birmani. Dopotutto non è tempo di baci.

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