La televisione della cameretta

19 Mag

Nelle prossime settimane capiremo se e quando ci sarà una fase due della televisione.
Stiamo vedendo molte serie editate in fretta per colmare il vuoto di questi mesi in cui non si può girare, andare in giro, che poi è la stessa cosa. Non solo Netflix.
A me è capitato di vedere meno televisione in queste settimane. Non ero abituato ad avere tanto tempo e ho sempre vissuto il consumo delle serie come un rito notturno.
Il sorpasso della streaming tv su quella cable (quella tradizionale) è datato due anni fa. Il tempo reale della visione appartiene alla generazione falcidiata dal COVID-19.

Nella tv italiana grandi ascolti per serie mediche e repliche di Harry Potter, Montalbano, Ciao Darwin. E poi tanta televisione virologa riassumibile in “distanziatevi”. Anche dalla televisione stessa.
Nella tv americana i grandi shows American Idol e The Voice si sono autoridotti allo studio-cameretta. Come tutti i talk shows satirici della sera.
In generale la televisione vecchio stile ha svuotato gli scaffali del supermercato e ha risparmiato un sacco di soldi, senza perdere ascolto. Ha compensato nel breve periodo la perdita della pubblicità.

Ci ha ricordato il New York Times che quello che accade nel mondo modifica storicamente la televisione. La guerra del Golfo del 2001 promosse CNN. Le elezioni per la Casa Bianca del 2016 lo fecero con Twitter e gli altri social.
Questa crisi ha resuscitato Skype ed elevato Zoom e piattaforme varie.
Ci siamo abituati ad una qualità che di solito ci arrivava dalle zone di guerra o nei disastri atmosferici, scrive sempre il New York Times. E questo è successo proprio quando l’industria ci stava vendendo televisori sempre più grandi, con una definizione sempre maggiore, alla vigilia delle Olimpiadi.
Cosi siamo entrati nelle camerette, come dei guardoni a 50 pollici.

Ha ripreso il calcio in Germania sabato scorso, facendo registrare gli ascolti più alti della storia per un campionato che non ho mai guardato anche se Sky lo offriva.
C’era la Premier League inglese, la Liga spagnola e il calcio di casa nostra.
Si è giocato senza abbracci dopo il gol. Spariti e di questi, come gli applausi dai talk shows, non si è sentita la mancanza. Nel chiuso delle nostre camerette abbiamo guardato, noi maniaci, il Borussia Dortmund come fosse la squadra del cuore.
La pluralità delle camerette non fa però una platea. Non fa un effetto sardine, anche se fa share. Somma solitudini, dilata ego bulimici, dispensa superficialità domestica. Non racconta quello che realmente accade nelle camerette perché manca la relazione.

Anni fa, agli albori dei realities, ne proposi un paio, dopo Davvero, il format di MTV Real World, realizzato dalla Palomar e andato in onda sulla RaiDue di Minoli.
Uno, Compagni di Banco dentro Mixer Giovani, raccontò un viaggio italiano in una classe, a puntata, alla vigilia della maturità. L’altro, titolato La mia cameretta, non andò in onda. Doveva essere un viaggio dentro le stanze dei giovani che vivevano con i genitori. Ritratti da un interno.
I due programmi di 24 anni fa specchiano queste settimane. Sono ora diversamente declinati in televisione, chiudendo la forbice tra i due. Con una differenza. Non c’è relazione. Non solo. Il cosiddetto digital divide tra chi ha gli strumenti e la connessione con chi non ce li ha rivelato un baratro nella didattica a distanza. Leggo che a Roma il 61% dei bambini non si sarebbe collegato con i loro maestri.
Un altro programma, Maestri, è andato in onda quest’anno su TV2000 e ha raccontato un viaggio nelle classi elementari. Non c’era l’hashtag prima dei Maestri, come quelli ora in onda. Ma c’era la relazione tra alunni, studenti e docenti. C’erano le storie.

La televisione del maestro Manzi, quella che ha alfabetizzato il paese, aveva una missione. Quella contemporanea ha testato l’analfabetismo digitale di larghe parti del paese. Siamo ai primi posti nel mondo per il possesso di cellulari ma evidentemente li usiamo per fare altro.
SMS amiche per caso è stato un altro reality a cui ho lavorato nel 2001 e andò in onda sempre su RaiDue ma quella di Freccero. Ascolti bassi. Attraverso i telefoni il tentativo di accendere relazioni perché il nodo da sciogliere è quello.
La serie Skam (format norvegese ora su Netflix) ha messo a sistema quella tesi primitiva. Non a caso con TIM nelle prime stagioni. Ci racconta della possibilità di un racconto che rompe la gerarchia della relazione. I maestri sono quelli giovani. Davvero.

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