Da Washington. Manuela, che c’era

7 Giu

Ho conosciuto Manuela Cavalieri anni fa. Vive a Washington.
Lavora spesso con Donatella Mulvoni, che vive a New York.
Scrivono di America da tanto. E soprattutto di afroamericani. Pochi sanno come Manuela di storia dei neri americani. Quando ne parla comunica una passione straordinaria. Lei, bianchissima con i capelli rossissimi, è nera dentro.
Ho chiesto a Manuela se avesse partecipato alla manifestazione di ieri.
Vabbè, ero sicuro di si. E allora ecco parole e immagini.

Caro Andrea,
mi ci è voluta qualche ora per raccogliere i pensieri maturati in questo lungo weekend.
È una bellissima domenica di sole. Washington D.C. pare quasi rinata dopo la manifestazione di ieri.

Il primo bagno di folla dopo settimane di cautela esasperata, attenta a rispettare le distanze di sicurezza, a lavare angosciosamente le mani.
Che strana sensazione immergersi di nuovo in un corteo, sentire gli odori della gente, avvertire il calore dei corpi. Migliaia le persone (quasi tutte in mascherina) per cui la voglia di esserci ha prevalso sul il timore del contagio.

Nelle strade della capitale ieri ho incontrato rabbia e amore. Paura e speranza. Una linea melodica a tratti cacofonica, a tratti miracolosamente armoniosa. È la musica che io e Donatella abbiamo imparato ad amare più di ogni altra cosa in questi anni americani, scrivendo spesso di minoranze, di diritti civili.

Tutti hanno descritto la protesta con tre inequivocabili aggettivi: pacifica, diversa e bellissima. E lo è stata davvero.
Una decina le manifestazioni, senza capi, senza programma ufficiale, senza palchi. Lafayette Park, la piazzetta che dà sul lato nord della Casa Bianca, il punto focale. Attivisti, associazioni, chiese. Afroamericani, latini e tanti bianchi. Molte famiglie, anche. A ribadire che le vite dei neri contano, a ricordare che aveva valore anche la vita di George Floyd, ammazzato da un poliziotto Minneapolis (Minnesota) lo scorso 25 maggio. Black lives matter, lo slogan scandito. Ma anche i nomi delle vittime, come un mantra.

“Sono qui per insegnare a mia figlia che la sua voce conta” mi ha detto Ann, con la bimbetta di 5 anni a cavalcioni. Sulla maglietta aveva le donne che hanno fatto la storia nera, da Rosa Parks a Michelle Obama.
Sui cartelli di tante ragazze c’era il sorriso di Breonna Taylor, vittima innocente, uccisa durante una perquisizione finita male a casa sua, in Kentucky. Ieri avrebbe compiuto 27 anni. Cinthia, coetanea, aveva un palloncino di buon compleanno dedicato a Breonna. “Non muoiono solo i maschi neri, della strage delle afroamericane si parla sempre troppo poco”.

Limitate le forze della polizia. Ma c’era la guardia nazionale con i soldati in mimetica e camionette. Nessuna tensione. Il flusso della folla si strozzava solo all’angolo più fotografato, la nuovissima insegna “Black Lives Matter Plaza”, che la sindaca di Washington Muriel Bowser aveva appena fatto in tempo ad inaugurare il giorno prima. Di fronte alla storica chiesa episcopale St. John – la “cappella dei presidenti” – danneggiata durante le proteste dei giorni scorsi e poi “difesa” da Donald Trump con una discutibile passerella con la Bibbia brandita come un fendente. Dopo aver fatto sgombrare l’area con l’aiuto di gas lacrimogeni. Nel cortile, uno dei reverendi della diocesi aveva allestito un piccolo punto di ristoro. Mi ha detto che “la chiesa è dalla parte della giustizia e dell’uguaglianza, offesa dalle strumentalizzazioni del presidente”.

Ho partecipato a tante manifestazioni in questi anni, ma non mi era mai capitato di vedere tante “stazioni” di assistenza allestite lungo il percorso. Acqua, certo, ma anche bevande rigeneranti, succhi, frutta, panini d’ogni sorta, insalate, biscotti, snack per tutti i palati. C’erano anche una decina di postazioni grill, con hot-dog fumanti. I ragazzi intenti ad arrostire la carne a poche decine di metri dal giardino della Casa Bianca, mi hanno raccontato di aver comprato tutto da soli, di aver fatto una colletta tra amici.

I militari lasceranno la città oggi. Non ci sono stati disordini.
Ci voleva una giornata così bella, anche per svincolarsi in qualche modo dal ricordo delle vetrine sfondate, dei negozi svuotati e delle violenze che invece avevano ferito la capitale nei giorni scorsi. Li ho visti, sai? Sono arrivati anche a Georgetown, il quartiere dove lavoro. Il salottino buono dell’élite. Erano ragazzini. Non avevano alcuna voglia di far male ad una mosca. Puntavano ai negozi di scarpe sportive, ai magazzini Nike, Apple. Razzie etichettate frettolosamente come “atti criminali”, ma forse – forse – partorite in una ferita. Scaturite dalla voglia di impossessarsi a casaccio, senza criterio, compulsivamente di beni in fondo negati dalla classe dominante bianca. Almeno così ci raccontava un imprenditore afroamericano, quando con Donatella lo interrogavamo sulla ratio dei saccheggi. Lo sfregio di chi è sistematicamente escluso.





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