Un caldo ballo in maschera

5 Ago

Grande tristezza questa storia della mascherina indossata a piacere. Calata sul collo. Pendente da un orecchio.
La mascherina negata. Poi indossata. Poi regalata ad un selfista.
Agli inizi la chiamavamo chirurgica. Ora la preferiamo in tinta con la cravatta, le scarpe, la camicetta. I governi fanno le loro con il colore della bandiera, i tifosi con quelli della squadra del cuore, le aziende con i loro loghi.
Mattarella con quella bianca, semplice.
La mascherina forse si è politicizzata, a sua insaputa. Negli Stati Uniti ci si è richiamati alla Costituzione per non usarla, in Italia si è evocato (debolmente) un complotto, un altro, dei poteri forti.
Di forte c’è solo il virus e di debole l’idea di fare comunità, che funziona virtualmente solo su Zoom quando domina la paura e ci si chiude in casa, ci si affaccia dalla finestra per cantare. Si fa materiale per Propaganda Live, che è cosa buona ma poi ognuno per cazzi suoi.
L’altro è fonte di sospetto e così si è potenziato l’io ipertrofico che non ne aveva bisogno in questi anni di manutenzione continua del proprio specchio.
Ognuno parla di se stesso. Solo a volte, con se stesso. Questa malattia della socialità sembra arrivata a rimettere in piedi una cerimonia della prudenza, della conoscenza, della relazione che era andata ad avvitarsi nell’io espanso sui social.

Non c’erano i social nel 1918 quando l’epidemia di influenza fece milioni di vittime. Negli Stati Uniti ci fu la galera per chi non portava la mascherina. Lo stesso, nacque una organizzazione “anti-mask”.
Oggi sembra che siano gli uomini a portare meno le mascherine, in America.
C’è una sottile linea machista a determinarne l’uso.
E poi c’è una linea meno sottile di classe che contagia e fa morti nelle comunità svantaggiate, affollate, private di reddito. In questo caso nemmeno la mascherina regge all’urto del virus.
Bernie Sanders può gridare “mascherine per tutti” ma la povertà non si abbatte coprendosi naso e bocca. Magari coprendo orecchie e occhi non si sente e vede, la povertà.
“Se le nostre mascherine potessero parlare” ha scritto Thomas Friedman sul New York Times e così forse ha dato un’idea a quelli della Silicon Valley.
Se potessero parlare ci direbbero come è potuto accadere che nel paese “più ricco e scientificamente avanzato al mondo” la mascherina sia diventata un tale elemento di divisione – dice Friedman. Da noi non ci si spara in un grande supermercato discutendo sull’obbligo di metterla. Semplicemente si lascia penzolare, senza appelli alla Costituzione.

Sono spariti i virologi. In televisione più Lampedusa che Wuhan. Prove di ritorno ai fantasmi antichi. Di quelli nuovi non ci abbiamo capito niente. Siamo intontiti sotto un sole caldo d’agosto a togliere e mettere mascherine. Non tutti.
I giovani non le mettono, gli anziani si. Quelli in mezzo dipende, a seconda se si sentono più o meno giovani. Almeno non è una questione di sinistra e destra, di diritto alla libertà. Si chiama chissenefrega, modello italiano.

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