Starbucks ole’

1 mar

Si è scatenata una cagnara anti Starbucks prima del suo approdo in Italia.
A parte palme e banani, ho letto una risposta di Aldo Cazzullo sul Corriere che boh.
Mi è venuta voglia di bermi il caffe-broda che ogni giorno mi faccio a meta’ giornata nello Starbucks di fronte al montaggio. Due dollari e 12 cents.
Non sono un fan della catena di Seattle ma quando vado in giro negli Stati Uniti “profondi” cerco sempre un’isola in cui andare sul sicuro, leggere e trovare il wifi. Anche a New York, dove non è detto che i caffe’ “indipendenti” siano meglio.

Ho letto che il primo caffe’ in America è stato aperto a Boston nel 1689. Sull’origine della pianta del caffe’ se la battono Etiopia, Yemen e l’antica Persia. Recentemente sono stato in Chiapas dove pure avanzano qualche pretesa al riguardo e comunque sostengono che quello equo e solidale è il loro. Sull’aereo di ritorno ho parlato a lungo con un americano del New Jersey che andava in Chiapas ma anche in Honduras e Guatemala a comprare caffe’ da una rete di cooperative locali e sosteneva che Starbucks si comporta con i produttori come Walmart, strappando prezzi da affamatori. Non ho idea.
Quello che si sa è che Starbucks paga meglio i suoi baristas dei concorrenti.

Quella che trovo ridicola è l’affermazione di un primato nostro sulla bevanda. In Turchia, in Brasile che dovrebbero dire ? Il cappuccino col cuore disegnato nella schiuma ormai lo fanno ovunque.
Il cibo etnico tira parecchio. Il mondo si è allargato ma non ditelo a Trump.
La pizza migliore degli ultimi anni l’ho mangiata recentemente in North Carolina. Il burger migliore vicino a Firenze.
A me fa abbastanza schifo il sushi. Oggi ho visto dalle parti di Piazza Mazzini a Roma un locale che spaccia sushi e pizza, insieme. E poi ce la prendiamo con Starbucks, ma dai.

Ascolta, si fa sera

1 mar

Ieri sera ascolti interessanti per capire dove tira il vento dalle parti nostre. Anzi paradigmatici per chi volesse prenderne atto.
Vince il calcio su Rai Uno ma tiene botta l’imbarazzante Isola su Canale 5.
I due talk shows ( Rai Tre e La7, Berlinguer e Floris ) fanno piu’ o meno lo stesso risultato. Sotto il milione di appassionati, meno del film di Rete 4,Bernadette: miracolo a Lourdes.
Ma il numerino che dovrebbe far riflettere è quello di Rai Due. Boss in incognito fa il doppio di telespettatori dei due talk shows,Le Foglie Morte.

I soldi degli altri

27 feb

La storia del tetto ai compensi RAI è un’altro segno dei tempi.
Ci sentiamo autorizzati in tanti a parlarne perche’ paghiamo un canone ( ma non si paga anche SKY ? ) e per la convenzione tra il Ministero dello sviluppo economico e la RAI ( contratto di “servizio pubblico” ). E poi, “il clima politico”.
La televisione si paga anche in America. A quella base si aggiungono canali e pacchetti di canali. La televisione non è gratuita. E’ un’impresa che sta sul mercato e dovrebbe portare a casa soldi altrimenti chiudere.
Esempio: la ricca Al Jazeera ha chiuso in America perche’ non c’era l’ascolto.
In Italia i conti sono, a volte, un’opinione. Esempio altro: lo scorso anno le grandi compagnie aeree hanno incassato molto grazie al calo del prezzo del petrolio. Tranne l’Alitalia, che per ora vola sulle nostre teste.

240mila euro ( lordi ) all’anno, il tetto. Le liste di quelli che navigano nei dintorni di questa cifra o sopra mettono insieme chi sta dietro una scrivania e chi vediamo da casa, affacciato nel televisore.
Per tanti dirigenti andrebbe bene anche la meta’ dei 240, che è comunque un bel prendere se non hai inventato “Chi l’ha visto”. Quelli che vanno in onda partecipano ad un altro campionato.
Senza in questo caso riattraversare l’oceano e andare in America, conduttori, intrattenitori, attori di programmi televisivi nuotano in un mercato in cui la concorrenza, la competizione determinano i compensi.
Si puo’ discutere dell’entita’ di questi bonifici e dell’attribuzione degli stessi in alcuni casi ma non trovo la cosa cosi’ interessante. Certo, a volte sono cifre che fanno impressione ma io sarei contento se i Della Valle prendessero Messi e e gli dessero 50 milioni all’anno e una bella maglia viola. Non mi faranno questo regalo ma è la stessa cosa.
Mi piacerebbe leggere le dichiarazioni delle tasse di alcuni famosi della televisione ma poi non ho mai letto quella di Trump e allora me ne faccio una ragione.
Mi piacerebbe anche che chi ramazza uno, due, tre milioni l’anno non facesse il moralista, l’uomo qualunque in tv. Ma questo e’ un sedimento ineleminabile della nostra identità. In America ( eccoci di nuovo ) il lauto contratto è parte integrante del contratto che si firma con i telespettatori. Ellen, Oprah e compagnia guadagnano decine di milioni all’anno ma non sono come noi e non fanno finta di esserlo. Hanno avuto successo.
Si dice che sarebbe la pubblicita’ dentro i programmi a pagare i famosi e a far guadagnare la tv. Non si dice che senza quel patrimonio di professionalita’, quei contenuti storici che stanno dentro ai tasti uno, due e tre del telecomando, la pubblicita’ sarebbe quella del bar sotto casa mia.
Quindi, parlare di tetto fa bene, in generale. Utile conoscere le cifre, sempre. Brutta cosa la gogna.

Televisione contro Trump. E Renzi ( in Florida )

24 feb

Trump si lamenta. Dice che la televisione è tutta contro di lui ( meno FoxNews ).
In realta’ sono i comici a fare parodie e a cavalcare l’onda degli ascolti che è salita tanto da poterci fare il surf.
Le televisioni generaliste, come sappiamo, in America “fanno politica” la domenica mattina e basta, per un paio d’ore.
Per il resto esistono solo le cable news, che tutte insieme non arrivano agli ascolti di un qualsiasi programma di prima serata che va male.
Diversa situazione in Italia, come sappiamo ancora di piu’. I talk shows politici sono spalmati su tutta la settimana o quasi, in prima serata e non solo. Alcuni arrivano all’alba per raccattare un punto in piu’ di ascolto. E ci arrivano triturando Renzi. I comici ? Boh ho visto solo Crozza, impalancato a coscienza critica del paese. E se Renzi sparisce siamo a Razzi.
Basterebbe Gazebo, che è il meglio di tutti. Il programma che racconta la politica senza i politici in studio.

E’ bello che quelli che sono nati fuori e contro la televisione siano ora sdraiati sulle poltroncine degli studi tv ( grillini ).
In questi tempi si porta un poco meno Salvini. Si portano molto Di Maio e amici, appunto.
Poi è arrivata la pacchia con la scissione PD. Si fa a botte per invitare gli addolorati uscenti in televisione. E il comico è D’Alema.
Intanto ho sentito un TG Rai di ieri sera lanciare cosi’ un servizietto su Renzi in America: “ Renzi è in Florida, nella Silicon Valley e a Stanford”.
Vabbe’ stiamo a guardare il capello, California, Florida…si sa che gli italiani vanno a Miami, no ?

Trump e le serie tv. THE GOOD FIGHT, spin off di The Good Wife e gli altri

20 feb

Succede nelle serie televisive in America. Succede quando il racconto della realta’ non srotola i santini della fiction italiana.
La sesta stagione di Homeland e’ partita lo scorso 15 gennaio e non c’è stato tempo di modificarla. Il presidente degli Stati Uniti entrante è una donna.
Billions, seconda stagione, è pure ripartita e gli autori hanno dichiarato che la storia di soldi e potere ha evidenti legami con quella di Trump.
The Good Fight, spin off di The Good Wife in onda con la puntata zero su CBS, e’ stato riscritto, come rivelato dai coniugi King, autori della serie. Diane guarda per 30 secondi in televisione l’inaugurazione di Trump. In silenzio. Il titolo della puntata è “Inauguration”.

Era scontato che vincesse Hillary. Non solo per il New York Times. Anche per molti showrunners di serie televisive.
La realta’ è sempre presente nelle serie americane. Magari anche solo attraverso un televisore acceso in una casa, un diner. Ci arriva poco dopo. Oppure ci arriva sbagliando una previsione. Perche’ la bellezza delle serie in generale sta anche nella prefigurazione di uno scenario. E’ nota la passione di Obama per le prime stagioni di Homeland.
Nella prima puntata di The Good Fight la citazione è il caso Madoff. In questi giorni in cui Wall Street cresce ogni giorno non sono pochi quelli che ricordano quei giorni.
Nella prima puntata si tratta poi di un caso che a che fare con la brutalità della polizia di Chicago. E’ cronaca vera.

The Good Wife ha chiuso dopo sette stagioni. E’ stata una grande serie, anche tenendo conto che è andata in onda sulla CBS e c’è sempre una differenza tra televisioni generaliste e le altre.
The Good Fight comincia dove The Good Wife aveva chiuso. E’ roba buona. E ora la domenica sera è sempre piu’ affollata.
Ma c’è un piccolo problema, almeno in America. Per continuare a vedere la serie bisogna sottoscrivere l’ennesimo abbonamento, questa volta allo streaming service della CBS. Netflix ha generato mostri. Ora anche i grandi networks si mettono a fare magazzini separati di nuove serie. Il costo, 5.99 dollari al mese. Trovo meraviglioso che se volete fare una sottoscrizione che sopprime la pubblicità non c’è problema. Basta pagare poco meno del doppio, 9.99.
Comunque io, avendo tagliato l’inutile Rai Italia per gli emigranti grazie a Rai Play, giro quei 120 dollari all’anno su The Good Fight.

PS
Chiudo la televisione in America per qualche settimana. E magari dirigo il telecomando altrove, dove sto per andare.

Da domani, il francobollo

20 feb

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Non trovo piu’ la mia collezione di francobolli, probabilmente persa nei traslochi.
Ci mettevo i piccoli risparmi negli anni delle elementari, andando sul vecchio 52 da casa a Roma, Piazza Don Minzoni, in un negozio di Piazza Barberini. Di questo avrei comprato una paginata.
Quest’anno John Kennedy avrebbe compiuto cento anni. Per noi cristallizzato “forever young”.

“Meglio poveri in Italia che ricchi a St.Louis”. Mike Piazza, leggenda del baseball

20 feb

The New York Times ci racconta Mike Piazza, presidente della Reggiana (calcio).
Dal 2016 Piazza è nella Baseball Hall of Fame. Da leggere.

Messico, Stati Uniti, migranti, il muro. Fake e no news

19 feb

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Ho finito il documentario per Rai Cinema girato in Messico.
L’idea era di un anno fa. C’era Obama e si dava per probabile la vittoria di Hillary.
Mi sembrava interessante andare a vedere, cercando storie, come i dati sulle deportazioni ( impressionanti, un record ) negli otto anni di Obama alla Casa Bianca hanno modificato la composizione, la demografia del circa mezzo milione di migranti che continuano ogni anno ad attraversare il Messico per arrivare negli Stati Uniti.
Solo nell’ultima fase la politica migratoria di Washington era cambiata, anche per evidenti ragioni elettorali. Il blocco latino appariva fondamentale per la vittoria di Hillary. O anche solamente, forse, Obama stesso aveva capito che il “sogno americano” è il DNA degli stessi Stati Uniti. Se vogliamo darci una spiegazione meno cinica.
E cosi’ in stati di grande concentrazione di immigrati senza documenti ( New York, California ) gli “undocumented” hanno cominciato ad uscire dal buio ed è stato possibile dare loro una carta d’identita’. Questo significa che ora in questi stati è depositato un magazzino di dati che potrebbe essere utilizzato per le deportazioni. I migranti che da anni vivono a New York e in California si sono fidati.

Poi è arrivato Trump. Con le promesse elettorali che conosciamo.
La televisione, la stampa hanno cominciato a raccontarci storie strazianti di madri separate dai loro figli adolescenti. I giovani nati negli Stati Uniti sono evidentemente cittadini americani. I genitori no e quindi deportabili. Storie che in qualche caso sono accadute anche prima.
Ora se ne parla tanto perche’ Trump ha interesse a dire che mantiene le promesse e i media per le stesse ragioni.

Intanto in Messico i migranti continuano a salire su “La Bestia”, i treni merci che attraversano il paese, ora sorvegliati a tratti da polizie private e dall’esercito. Sempre piu’ difficile e pericoloso.
Arrivano in tanti da Honduras e Salvador, i paesi in cui le gangs uccidono adolescenti che non accettano le regole criminali ( giovani donne violentate e giovani uomini al soldo dei narcos ).
Questi due paesi sono un’emergenza umanitaria ignorata da anni.
Poi ci sono gli altri, che arrivano da tutto il mondo. A volte dopo due anni di viaggio come abbiamo sentito da asiatici ed africani. E ancora, i cubani ora parcheggiati in luoghi di ricovero perche’ è saltato il principio che bastava mettere piede sul suolo americano per ottenere lo stato di rifugiato.
I messicani, sempre meno. Nel paese c’e un’offerta di 870mila posti di lavoro qualificati. Il Messico è in crescita, lontano dall’immagine machiettistica rimandata da Trump.
Il “sogno americano” nei prossimi anni è destinato a diventare il “sogno messicano”.

Nelle settimane passate ho incontrato tanti giovani in viaggio. Una migrazione che segue strade battute da decenni da centinaia di migliaia di migranti prima di loro.
La scorsa settimana negli Stati Uniti è stato dichiarato un giorno “senza migranti” che in molti casi non si sono presentati al lavoro. Risultato, chiusure a raffica di esercizi commerciali e altro.
Poi ho incontrato bambini che viaggiavano soli.

Sui migranti e il ridicolo muro Trump ha costruito la sua vittoria elettorale e quindi ci aspettano anni di notizie sulla questione.
Ai tempi di Obama erano trafiletti. Ora sono prime pagine.
Io pensavo di fare un documentario ai tempi di Hillary. Ora è un documentario ai tempi di Trump.
Ho girato a dicembre e gennaio. Per me non è cambiato niente.
MEJORES DIAS VERAN ( Verranno giorni migliori ) è il titolo del documentario.

Ma Trump sta bene ?

17 feb

The New York Times si chiede oggi se “Is It Time to Call Trump Mentally Ill?”
La conferenza stampa di ieri ( 77 minuti ) ha generato dubbi in alcuni sulla salute mentale del presidente. Facile manna per i comici ma fonte di preoccupazione per chi ci trova sempre meno da ridere.
Il pezzo del New York Times è scritto da uno psichiatra. Ci dice che una diagnosi dell’eventuale paziente senza il suo consenso è evidentemente impossibile, ecc.
Il professor Friedman (autore dell’articolo) aggiunge che 18 dei primi 37 presidenti degli Stati Uniti soffrivano di qualche disturbo “mentale”. Forse come me e alcuni di voi.
La verita’ è che non riusciamo a spostarci di un millimetro dalla ormai celebre sintetica definizione data da Hillary dei sostenitori di Trump (“basket of deplorables”). E quindi continueremo a non capire perche’ ha vinto.
La conferenza stampa di ieri è stata un contenitore di inesattezze e queste vanno denunciate.
Ma in realta’ siamo ancora scioccati dall’abbandono della retorica obamiana e soffriamo lo scarno vocabolario e lo scarso rispetto per la verita’ di Trump.
In questo ci potrebbero aiutare il professore Friedman e altri specialisti a superare il difficile momento.
Ma dire che Trump è pazzerello (e quindi sottendere come ha fatto Hillary che lo siano anche i suoi elettori) è roba da pazzi.

CNN e il Venezuela. Una storia incredibile

16 feb

CNN non va piu’ in onda in Venezuela da ieri. Dopo questo pezzo.
Questa storia è da leggere per capire come va il mondo. Oltre quei paesi del “muslim ban” di Trump.

The times they are a-changin’

16 feb

Arriva domani. Con Amazon Prime, che il mondo lo ha cambiato davvero.

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La “sinistra” del tanto peggio tanto meglio

16 feb

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Stasera mi sono imbattuto su MSNBC in un estratto di un’intervista a Susan Sarandon, l’attrice-attivista tifosa di Bernie Sanders nelle primarie. Quando Hillary vinse la nomination democratica la Sarandon disse che non l’avrebbe votata.
Oggi, piu’ o meno, dice chissenefrega di quello che sta combinando Trump. L’importante e’ lottare contro la pipeline, per altre istanze di base, ecc. Ho spento.
L’intervista e’ sul sito della trasmissione. No comment.

MURO di fiction

16 feb

Caffe’

15 feb

Stamattina il caffè’ nella tazza che userò da ora in poi.
Ti rimpiangiamo presidente-golfista, persona per bene.

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Il corpo di Lena ma poi quello delle altre e di Adam. E il corpo della TV

13 feb

Il lungo finale di Girls e’ ripartito, con una puntata da 45 minuti.
E’ ripartito anche il treno delle considerazioni sul corpo di Lena, esposto con naturalezza anche piu’ del solito, in questa prima puntata della sesta stagione.
In pochi dicono che non è solo Lena a girare nuda. Il fatto che anche le altre Girls, ormai trentenni, siano spesso tranquillamente senza roba addosso passa inosservato perche’ i loro corpi sono omologati.
Anche quello di Adam Driver, l’unico veramente decollato con la serie, passa senza partorire saggi memorabili. Ma poi ancora stiamo a parlare di senza vestiti, vestiti con lo spacco, come nell’anno di Anita Ekberg nella Fontana di Trevi ?
Rimane comunque il corpo di Lena e lei chiaramente ci tiene a farne uno “statement”, una dichiarazione dei diritti della donna. Fa bene.
Della fotografia di una generazione, a Brooklyn (non dovunque) ci rimarrà anche questo ma non solo. “Andate a lavorare” ha scritto qualche idiota senza figli o piazzati dall’amico direttore di giornale o bottegaio. I “senza arte ne parte” di Girls sono figli miei, nostri.
A volte l’autocitazione in Lena, amplificata e confusa nell’autobiografia scritta nei suoi “twentysomething”, ha irritato. Anche il suo impegno politico è inciampato in qualche sassolino.
Ma quante cazzate ho pensato, detto, alla sua eta’?
La questione vera e’ una sola. C’è una storia che ci interessa ? E soprattutto, parlando di televisione, quanto ha contribuito Girls a rivoluzionare il format-sitcom e affini ?
Ci sarebbe stato un racconto come quello di Atlanta (grande successo della stagione) senza Girls ?
Risposta, NO.

Domenica bestiale

13 feb

A parte lo sport (sono andato nel pomeriggio a vedere i Knicks vincere finalmente una partita) la domenica sera è televisione.
Il resto della settimana è variabile ma la domenica ci sono le serie di HBO e Showtime che vedo old style, quando posso. All’ora della messa in onda originale.
Finita domenica scorsa la stagione di The Affair, tornato grande, rimane Homeland. E poi è partita la sesta e ultima serie di Girls. Che potrebbe mancarmi, dopo averne detto tutto il bene e poi il male possibile.

Ma poi serata Grammy. L’ha aperta sulla CBS 60 Minutes con interviste a Beyonce ( 9 nominations) Adele e Bruno Mars.
Non ci sono Kanye West, Frank Ocean, Drake e Justin Bieber nonostante le nominations perche’ dicono che i Grammys non fotografano piu’ la realta’ della musica. Ce l’hanno con l’industria discografica che ormai si declina in modi che vanno oltre il formato del prodotto. Ma con tutti i problemi che abbiamo con Trump veramente non ce ne puo’ fregare di meno.
Molti rimandi a Trump infatti. Katy Perry la piu’ esplicita.
Dopo Beyoncé con pancia e un’esibizione celestiale ho mollato. I gemelli di Beyoncé si annunciano novelli Buddha.
E cosi’ sono andato su John Oliver che e’ ripartito anche lui su HBO. Sempre di Trump si parla e non ne possiamo fare a meno. Ormai è come sniffare colla.

Sanremo e il discorso sullo stato dell’Unione

12 feb

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No, non c’è in America una cosa come Sanremo. Forse non c’è al mondo.
Non solo per le ore di televisione in prima serata, la raccolta pubblicitaria, un paese raccolto attorno all’elettrodomestico.
Io ho vissuto gli anni in cui di Sanremo non fregava piu’ niente a nessuno. Poi il Festival è risorto ed è tornato a raccontare il paese. Tra una canzonetta e l’altra.
Sul palco passano i corpi di polizia, le tragedie recenti, la domanda di giustizia per un omicidio, anziani e giovanissimi esemplari di un paese che lavora. Le contraddizioni rimangono fuori dall’Ariston. A volte sono entrate perche’ quello era lo stato delle cose presenti. Oggi c’è piu’ pace sociale, con il 40% di disoccupazione giovanile ma questo è un dettaglio.
Non c’entrano niente il Super Bowl e ancora meno serate come quelle degli Oscar. Sanremo è un discorso sullo stato dell’Unione. Quello che, una volta all’anno, il presidente degli Stati Uniti recita davanti al Congresso e, a telecamere riunite, si rivolge al paese. Sono di solito presenti eroi della quotidianità, che vengono citati nel discorso. Lo stabilisce la Costituzione che si tenga il discorso sullo stato dell’Unione. In Italia basterebbe un referendum qualsiasi per scrivere sulla Costituzione che le serate devono essere cinque e che ci deve essere il dopo festival e che la controprogrammazione va limitata al massimo. Emendamento “Occidentali’s Karma”.
Il presidente, il presentatore, è meglio se uomo senza qualità. Che reciti l’impossibilita’ a chiudere in una sola storia tutta la vita. E deve entrare nelle case e sedersi in salotto con grande naturalezza, senza sentirsi ospite. Ma non deve esistere, non dividere, un ologramma.
C’è una gara ma nessuno ci fa caso.
Poi questa volta c’era anche Crozza. A “chi ci piace”.

Quando le tv all news sono rilevanti ( America). E quando non lo sono (Italia)

9 feb

Si dice che il presidente Trump guardi le televisioni all news 24 ore al giorno. E’ il manifesto vivente della loro rilevanza. L’affermazione (via Twitter) della loro imprescindibilita’.
Con Trump le tre televisioni all news, in America, sono di nuovo al centro del dibattito politico. Da punti di vista diversi, CNN, FoxNews e MSNBC raccontano ogni giorno quello che accade nel paese coagulando pubblici che si specchiano nei loro conduttori. Alcuni piu’ tifosi, altri meno ma sempre credibili per chi li guarda da casa.
La politica e’ tornata bar sport senza affondare nella deriva parolaia. Gli stessi interlocutori nel Congresso americano conoscono bene il mezzo e danno sempre risposte rapide senza cadere nell’autocitazione.
In questi giorni, con il dibattito sull’immigrazione e i suoi limiti geografici, stiamo assistendo ad un interessantissimo confronto tra i tre poteri che la Costituzione ha messo al centro per temperare l’affermazione di uno sull’altro (esecutivo, legislativo, giudiziario). Le televisioni sono in mezzo a spiegare quanto lo studio ovale sia diverso dalla Trump Tower.
Nelle televisioni all news sta il meglio del giornalismo televisivo americano e gli ospiti chiamati ogni giorno a dibattere sono il meglio della carta stampata e del giornalismo online.

Puoi anche decidere di averne abbastanza di questa overdose di politica, come sta accadendo a me.
Tre settimane di Trump ci hanno affaticato come tre mesi di Obama.
Ma rimane il fatto che se apri la televisione in qualsiasi momento della giornata sei catapultato dentro il centro di gravita’ permanente del ciclo delle news.
Impressione totalmente contraria quando provo a digitare quei tasti delle televisioni all news in italia.
Mi sembra sempre di essere ai margini della realta’, come in una serie cadetta delle notizie.
I grandi telegiornali occupano la serie A e ci danno un cibo precotto che sa di muffa prima ancora di entrare nel microonde. Le all news cosi’ come sono sono inutili e infatti mi sembra che gli ascolti lo testimonino.
Tutto questo è noto ma se qualcuno prova a modificare lo stato di cose presente insorgono le corporazioni. Ce lo meritiamo Sanremo. Il resto non conta.

Satira & soldi

8 feb

In questi giorni in America si comincia ad andare dal commercialista e si buttano sulla sua scrivania fatture e scontrini. Si avvicina il 15 aprile, la scadenza.
Ieri ci sono passato anch’io. Abbiamo scherzato sull’ignota dichiarazione delle tasse di Trump e sul mio reddito che non cambia da anni, nonostante una dozzina di lavori portati a casa nell’anno. Bei lavori, sono contento. Sul resto, lasciamo perdere.
In America è normale dire il tuo reddito. A parte il mio, parlo dei famosi.
In Italia ogni tanto leggi dei compensi (anche Rai) come fosse uno scoop e rimani perplesso. Poi arrivano precisazioni, smentite, ecc. In generale credo sia sempre il mercato a decidere. Anche chissenefrega pero’.

In America, in genere, non si parla di soldi invece nella satira televisiva. Non farebbe ridere nessuno.
Ho visto ieri Crozza e se ci togli le battute sui soldi (Conti, Salvini) rimane robetta. E tutti giu’ a ridere quando dice che lui i soldi li prende perche’ e’ genovese (battutona).
Capisco che la satira che perde prima Berlusconi e poi Renzi non sappia dove andare.
Ci vorrebbe un Trump. Con lui Saturday Night Live sta facendo gli ascolti piu’ alti degli ultimi 22 anni e per la prima volta Colbert ha superato Fallon e Kimmel perche’ piu’ politico dei due.

Il voto segreto, i soldi segreti, questa e’ la nostra educazione sentimentale.
Obama, che ci piace tanto, non ha rinunciato ad una vacanza nei suoi otto anni. Tra le Hawaii e le eleganti isole del New England. Ci ha ammazzato con le sue uscite sui campi da golf. Ora viaggia ospite tra la villa di un ricco e di un altro conosciuti negli otto anni alla Casa Bianca, Come aveva fatto Blair. E come fanno i nuovi ricchi.
In America nessuno ci fa battute sopra. Lo trovano normale. Per il filosofo moralista di Genova sarebbe materiale da imbastirci sopra un puntatone.

Questo spot del Super Bowl è il film che abbiamo girato in Messico

6 feb

Versione integrale dello spot che e’ andato in onda nella versione da 90 secondi.

Football in declino. Ma non il Super Bowl, la grande fiesta americana

6 feb

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La monetina per decidere la scelta di campo è stata simbolicamente data in mano al presidente Bush, 93 anni, apparso sul campo in carrozzella, dopo una recente degenza ospedaliera.
Siamo in Texas, lo stato dei Bush. Tutti in piedi, applausi per il grande vecchio. Inutile cercare una lettura anti Trump. Quella magari viene dopo. Piuttosto l’eta’ è una questione che ha a che fare con il dominio televisivo del football. Gli ascolti piu’ alti dell’anno ( a parte Emmy, Oscar e appunto Super Bowl ) continuano ad essere le partite spiattellate nella settimana, che sono la “serie televisiva” piu’ seguita. Ma ci sono chiari segnali di stanchezza nelle generazioni piu’ giovani, che ormai navigano tra mille differenti opzioni e modi diversi di consumarle.
Chi ha voglia di guardare una partita qualsiasi che dura tre ore con 41 minuti di pubblicità e 25 interruzioni ? L’ascolto medio di 16.5 milioni e’ sceso del 8% in un anno e crollato nel gruppo demografico 18-34, negli ultimi quattro anni.
Roba per anziani, con sacchetto di patatine e birretta. Ti puoi alzare a fare pipi’ 14 volte durante la partita che tanto le uniche due azioni buone le ripetono cinquanta volte.

Il problema non da poco e’ che il gigante della NFL, per cinque mesi all’anno, è la benzina di molta altra televisione. Qualcuno comincia a preoccuparsi. Ma non stasera, in cui il biglietto migliore allo stadio è arrivato a costare ufficialmente 13mila dollari e cinque milioni lo spot da 30 secondi.
E che dire dello show di meta’ partita di Lady Gaga ? Non esattamente minimalista ma nessuna bomba contro Trump se non passando per letture troppo sofisticate ( l’apertura con “This land is my land”…).

I presidenti delle due squadre sono amici miliardari di Trump e lo hanno votato entrambi.
Prima della partita, rituale intervista al presidente degli Stati Uniti in carica. Aveva detto che avrebbero vinto i New England Patriots. Partita ai supplementari con ascolto che si prevede record, quando sara’ reso noto. Hanno vinto quelli di Boston e ancora una volta Tom Brady, il marito della modella di Victoria’s Secret.
Fino a dieci minuti dalla fine sembrava fatta per Atlanta. Non avrei scommesso un dollaro sulla vittoria dei Patriots. Invece, ribaltone. Come alla Casa Bianca.

Il portavoce di Trump è gia’ ridotto ad una macchietta

5 feb

Ieri sera sono tornato a casa nel momento in cui cominciava Saturday Night Live.
Da morire l’interpretazione di Melissa McCarthy del portavoce di Trump, Sean Spicer.
Quello che bastona i giornalisti invece di rispondere alle domande è gia’ macchietta.

PS Lo spot “Welcome to the USA” completa un grande sabato tv di racconto della realta’.

Aeroporto di Houston, oggi

4 feb

Sono in transito da Houston, sulla via del ritorno a New York.
Problemi con il decreto Trump ? C’è un’altra America in ogni aeroporto.

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L’isola dei famosi in Honduras. La televisione inconsapevole di tutto

3 feb

L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) ci dice che il “triangolo del nord” ( Honduras, Salvador e Guatemala ) dei paesi del centro America vive una crisi umanitaria senza precedenti.
Un’ecatombe di giovani tra i 15 e i 24 anni è in corso da anni. L’Honduras è il primo paese al mondo per omicidi di adolescenti. Chi non accetta di essere reclutato dalle gangs viene ammazzato mentre va a scuola, in casa. Le ragazze costrette alla schiavitù’ sessuale.
In questi giorni ascolto solo storie di giovani migranti in fuga con fratelli, sorelle uccisi. E’ un’infinito rosario.
La costruzione del muro funziona per acchiappare voti ma in realta’ gli Stati Uniti finanziano la guerra ufficiale alla criminalità in Honduras e Salvador perche’ cosi’ si bloccherebbe gran parte della migrazione alla radice.

Poi uno legge che le vispe Terese della televisione hanno sbarcato l’allegro gruppetto di famosi in un’isola “paradiso” dell’Honduras. Per settimane si sciacquetteranno e le telecamere registreranno ogni alta citazione degli eroi in mutande.
Questa è la televisione. In tempi in cui il politicamente corretto (che in questo caso nemmeno c’entra, basta il senso comune) è spernacchiato quotidianamente, chissenefrega di dove sta l”Honduras. Se confina con il Congo o con la Siria. Anzi, quasi quasi ci andiamo in viaggio di nozze l’anno prossimo.

Silvia, al confine

29 gen

Silvia, con uno zainetto sulle spalle con disegnati tanti orsetti, guardava il fiume che in molti attraversavano, pagando un dollaro e salendo sulle zattere. Pochi metri, tra il Messico e il Guatemala.
Non ci eravamo accorti di lei, nella confusione. Dopo una mezz’ora era sempre li. Immobile.
Pensavo aspettasse la madre o altri.
Allora le abbiamo chiesto dove fosse diretta, con chi stava viaggiando. A monosillabi Silvia del Carmen ( è il nome ) ci ha detto di essere sola. Una bambina di dodici anni.
La sua storia è venuta fuori, a pezzi, quando l’abbiamo portata via con noi.
Era partita quattro giorni fa dal Salvador, attraversando il Guatemala con un bus. Le aveva detto di venire con lei una sua “amica” di 19 anni. Sono arrivate in Messico, dove al confine, poco lontano dalla riva del fiume in cui l’abbiamo trovata, ci sono alberghi che sono bordelli.
Silvia ci ha dato il numero di telefono di suo nonno che abbiamo chiamato. Non ha voluto parlarci. Ha solo detto “si, si” quando lui le ha chiesto se era lei. Il nonno ci ha detto che era sparita da quattro giorni con una ragazza che si prostituisce in Messico.
Un amico messicano che era con noi e fa l’avvocato da queste parti ci ha accompagnato allora con Silvia alla “Fiscalia de migrantes” che e’ l’ufficio governativo che si occupa dei delitti ai danni dei migranti, non solo minori. Nel viaggio Silvia ha mangiato. Ci ha detto di non avere toccato cibo in quattro giorni e di non essersi mossa dalla stanza dell’albergo in cui era. Non aveva un peso in tasca. Poi è fuggita e arrivata dove l’abbiamo trovata. L’amico avvocato conosce il console del Salvador che è arrivato all’ufficio governativo.
Ora Silvia è nelle loro mani, dopo aver visto due donne, medico e psicologa. Nell’attesa tra una visita e l’altra Silvia ci ha detto di avere fatto solo la prima elementare, di volere tornare a scuola, di non sapere quando è il suo compleanno e chi sia suo padre. Sua madre esce tutte le mattine a ‘lavare panni nelle case”. Un suo fratello è stato ucciso dalla “mara” ( gangs criminali ).
Alla fine della giornata abbiamo lasciato Silvia e ci hanno detto che non possiamo rivederla perche’ non siamo parenti. Sara’ rimpatriata. O deportata come si dice ora. Silvia diceva grazie e sorrideva.
Ce la saremmo impacchettata e portata via, Silvia.

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Mango, avocado e nuvole

29 gen

Mango e avocado. I due prodotti migliori che la pesante cucina messicana offre.
E’ appena iniziata la stagione del mango. Un sacchetto con cinque grandi frutti, 50 centesimi di dollaro.
Li vendono per la strada in Messico e mi sto abboffando.
A New York il mango è prodotto da oreficeria. Ora, con gli annunciati dazi di Trump sui prodotti messicani, ci vorrà la carta platino.
Il New York Times parla di un possibile caro-guacamole.
Sono piccole tragedie che riguardano noi, “elite”.

Trump visto dal Messico

26 gen

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Trump visto dal Messico è un’altra storia. Soprattutto dalla frontiera al sud da cui arrivano i migranti dal Salvador, Honduras e Guatemala. Dove non esiste frontiera. O meglio esiste perche’ c’è un fiume.
Ho visto ieri guardie di frontiera guardare dall’altra parte, dall’alto di un ponte, mentre a decine, centinaia attraversavano il fiume su zattere. Non sono tutti migranti. Passano trafficanti di piccolo e basso taglio. O semplicemente famiglie che fanno una spesa. Come una volta si faceva a Chiasso, al confine con la Svizzera. Solo con meno controlli.

La televisione in Messico rimbalza indignazione, rabbia, incredulità. Lo stesso presidente Enrique Peña Nieto, in caduta libera nei sondaggi, ha dovuto affacciarsi allo schermo per mettere in dubbio un incontro con Trump gia’ fissato. Le opposizioni lo hanno messo al muro, tanto per usare una parola che centra il problema. Ci manca che il Messico chieda indietro il Texas agli Stati Uniti, in un crescendo di orgoglio nazionale.
In televisione passano le cifre iperboliche delle rimesse dei messicani d’America, degli accordi commerciali da rifare, delle manifatture che producono per le corporazioni degli Stati Uniti. Per finire con gli inviti minacciosi a Trump (vox populi) di pagarsi un “muretto” davanti alla sua Tower di New York.

Quello che importa, nel giorno del via “ufficiale” al muro, è dire della sua inutilità, della impossibilita’ materiale dei mattoncini di arrestare le centinaia di migliaia di richiedenti asilo che premono alle porte degli Stati Uniti, come a quelle dell’Europa.
In 450.000 sono entrati in Messico lo scorso anno e 180.000 sono stati deportati dallo stesso stato messicano, che ha alzato una rete di controlli piu’ a nord della frontiera con il Guatemala, che non si capisce perche’ rimanga un formaggio a buchi. Nulla al confronto dei due milioni e mezzo deportati da Obama nei suoi otto anni (quello che secondo Trump ha aperto le frontiere americane agli “stupratori messicani”).
E ancora nulla in rapporto al miliardo di migranti che si calcola siano in movimento o in procinto di muoversi in questo secolo, il secolo del migrante. La figura del migrante trasforma le società che attraversa, sposta confini non solo territoriali, riscrive i canoni della lotta politica, spostandola fuori dai bisogni reali, per farla entrare in una dimensione che è al tempo stesso globale e dentro la nostra coscienza. E anche ideologica, roba che si pensava sepolta.
Perfino le cifre ufficiali che ci danno i benemeriti dell’UNHCR sui rifugiati nel mondo sono poca cosa perche’ il terrore assume non solo la forma dell’intolleranza religiosa ma piu’ spesso quella criminale della violenza che si esprime in piccole aree, in quartieri che sono come staterelli che non hanno bisogno di muri per definirsi. Basta vedere il controllo territoriale esercitato dalle gangs nel Salvador, Honduras che si estende a macchia d’olio oltre il Centro America.

Il deportato stesso è una nuova figura sociale che andrebbe studiata come il proletario marxiano.
Ho incontrato migranti che ci provano piu’ volte, correndo il rischio di finire in galera negli Stati Uniti per molti anni. E il deportato va a formare un nuovo tipo di forza lavoro quando torna dove era partito. Un bel pezzo recente del New Yorker ci ha raccontato dei call centers aperti nel Salvador dalle multinazionali americane grazie ai rimpatriati dagli Stati Uniti. Si è creata un’industria a basso costo con questi moderni schiavi, che dal loro sogno americano sono tornati indietro con il solo uso della lingua.

I confini sono mobili, come ha scritto in un bel libro che ho appena letto Thomas Nail ( Theory of the border ). Ma Trump non lo sa. In Messico forse lo sanno pero’ a vedere la frontiera appena segnata dal Rio Suchiate a sud. Ora si annuncia una nuova guerra, dopo quella della meta’ del 1800. Ma non solo con il Messico. E non è detto che la vincerà il nuovo inquilino della Casa Bianca. Perche’ uno che chiude gli Stati Uniti d’America ai rifugiati appartiene al secolo scorso e una volta si diceva che quelli cosi’ li spazza via la storia.

Ragazzi

25 gen

Sono di nuovo in Messico. A girare un documentario.
Oggi ho parlato con ragazzi arrivati da Honduras e Salvador. Nei loro paesi hanno visto morire fratelli poco piu’ grandi di loro. Sono fuggiti prima che le gangs (pandillas) arrivassero a loro.
Due ragazzi di 13 e 14 anni parlavano del fratello di 16, “matato” un mese fa perche’ si era rifiutato di vendere droga.
Tante storie, una dopo l’altra. Di ragazze di 14 e 15 anni scampate alla violenza. Alla promessa di diventare la “novia” della banda, ovvero di essere violentata da tutti.
Una di loro, poco piu’ grande, ci ha mostrato la foto sul telefonino di un cugino a terra, in un mare di sangue.
Le madri, poco lontano ascoltano. In lacrime.
I ragazzi raccontano, asciutti.

Il cafone americano

22 gen

La prima cosa che leggo su La Repubblica è la rubrica di Michele Serra, ora piu’ facile da trovare in prima. L’uso sciolto del vocabolario italiano mi rallegra ogni giorno, anche per la distanza da una scrittura omologata, stereotipata.
Oggi meno.
“Il miliardario americano sembrava un miliardario americano…”, “il cow-boy bisavolo di Trump, quando entrava nel saloon con lo stuzzicadenti in bocca”…per dire della distanza che separa Trump da Obama.
Centinaia di migliaia di donne in piazza ieri, infatti. Paese complicato l’America.

In piazza, piu di ieri

21 gen

Stamattina a New York ho incrociato decine di donne con cappellini rosa che andavano a manifestare contro il nuovo presidente. Stessa cosa in centinaia di citta’ degli Stati Uniti.
Poi apro la televisione e vedo la marea a Washington.
Dicono piu’ di ieri.

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