In Cina, con l’iPhone

14 Mar

Un documentario breve girato da un giovane filmmaker con un iPhone. In visita alla famiglia da New York . A 500 miglia da Wuhan.

Tests, lies and videotape

14 Mar

Sono giorni difficili in cui capita di dire, scrivere fesserie. Non sarebbe consentito a chi deve prendere decisioni che riguardano tutti noi.
E noi che non siamo epidemiologi possiamo solo leggere quello che accade nel mondo e aggiungere The Lancet alla mazzetta digitale. Quello che è certo è che nulla sara’ come prima anche se “tutto andrà bene”.
C’è chi lavora sulle statistiche e quella dei tests (tamponi) desta preoccupazioni. Si dice che hanno funzionato i modelli cinesi e coreano dell’isolamento. Si dice meno che in quei paesi hanno tamponato la qualunque. Non solo i calciatori al primo colpo di tosse. Ma tanto ora arrivano i nostri dall’America con i tests fatti nel drive in. Prima il tampone e poi il film. E arrivano le prime smentite ad alcune parole ultime di Trump dedicate alla pandemia.
È chiaro che distanziamento sociale e isolamento (Taiwan, Hong Kong, Singapore) non sono le uniche misure da prendere.
Nelle case si cucina molto e si sta attaccati ad Internet. La televisione residuale fa grandi ascolti con le news e indotti vari ma chiude gradualmente il live del resto.
Senza sport crolla un pezzo importante di platea che non gira meccanicamente su Netflix (che avrebbe  chiuso gli uffici di Los Angeles) e simili.
Succedono cosi due cose. La sparizione del pubblico, che mi sembra un sogno. Solo pochissimi programmi potrebbero soffrirne alla lunga. Quelli che hanno creato una community, come Propaganda Live.
L’altra cosa è l’esplosione di dirette streaming, social, invenzioni canterine e non. Molta ovvia autoreferenzialita’ ma tanta roba bella, fresca, piena di gioia. Che in questi giorni è una meraviglia.

L’altra parola della settimana

13 Mar

Smart. Smart working. Lavoro intelligente, agile. Non so perche’ non si usi la versione domestica. Sorvolo sulla differenza con il telelavoro.
In tanti improvvisamente al lavoro da casa. Una rivoluzione affrontata con le scarpe di cartone nella tempesta ma che sara’ un lascito potenzialmente formidabile dei giorni che stiamo vivendo.
Dagli Stati Uniti arrivano consigli per gli acquisti legati all’apertura di nuove domande nel mercato. Quando in testa c’è sempre quella cosa lì.

Per Mentana

12 Mar

Ogni sera Mentana spende parole sugli anziani che se ne vanno. Senza si sappia nulla di loro. Siamo un paese per vecchi. Ce lo siamo detti per tanto tempo, glissando sui centomila giovani andati via in breve tempo. Magnificavamo il nostro “stile di vita”, dal servizio sanitario nazionale alla cassa di resistenza delle famiglie, fino alla dieta mediterranea. Era il passato.

A parte Netflix

12 Mar

Piu’ tardi vedo il film di Gipi.

Quello che ha detto Trump. E numeri da shock

12 Mar

Trump sul coronavirus. Ha detto che le assicurazioni, i grandi providers, non faranno pagare il “treatment” (la cura). In realta’ non faranno pagare il test. Quello che secondo molti costa 3200 dollari.
I numeri da shock sono proprio quelli dei test effettuati.

La parola della settimana

12 Mar

Circola in questi giorni la parola UNTORE.  Una brutta cosa. Da evitare.

CORONAVIRUS, podcast. Tra passato e futuro

11 Mar

Luigi Zingales (University of Chicago) e Kate Waldock (Georgetown University) parlano di come potrebbe andare a finire. “Il capitalismo”. Guardando al passato.

Namaste

10 Mar

È arrivata l’ora di abbandonare la stretta di mano. Mio padre che, come tanti, misurava l’altro dalla stretta di mano mi ha insegnato quello che so. Per lui era l’unita’ di misura del tutto.
La mano floscia, umidiccia, calda, brutte cose. Anche i baci a cavolo, basta.
È finalmente arrivata l’ora di NAMASTE.

IO CREDO, la quarta puntata con Paolo Rumiz e le benedettine di clausura

10 Mar

Ecco la quarta tappa.
Dopo la prima , la secondala terza.

E basta

10 Mar

Ascolto Radio Tre, in questa mattina diversa dalle altre. Ci dicono che i posti letto per la terapia intensiva in Italia sono 5000. Grande sproporzione nord-sud. Solo 150 in Calabria, ad esempio. Presto altri 5000 saranno allestiti, apprendiamo oggi.
In Francia sono il doppio. In Germania quattro volte tanti (ma con una popolazione superiore di 20 milioni).
In Francia e Germania il sistema sanitario è misto, con diversità. Pubblico e privato. Ma perche’, in Italia com’è? Ho sperimentato di recente. Ma come? Non hai un’assicurazione privata? Mi hanno detto gli amici quando raccontavo dei mesi, anni di attesa per quello che dovevo fare. Non è ovviamente in discussione l’abnegazione degli operatori sanitari, in situazioni come quella in cui siamo precipitati.
Smettiamola pero’ di dire che abbiamo “il migliore servizio sanitario del mondo”. È quello che dicono in molti paesi, dal Canada all’Europa del nord.
Quando si affermano cose simili andrebbero fatti studi seri sul rapporto tra tasse pagate e assistenza fornita. Sta tutto in questa forbice.
“Il migliore paese al mondo” mi ricorda gli Stati Uniti. Ogni presidente, da Obama a Trump, ce lo ha ripetuto. Con un servizio sanitario che buca un terzo della popolazione.

Furbizia

9 Mar

Nel New York Times emergono dubbi sull’osservanza delle rigide regole imposte dal governo italiano, causa coronavirus. Nell’articolo si fa cenno alla nostra “furbizia”. Sarebbe una declinazione di un nostro carattere nazionale.

A casa e senza casa

8 Mar

Abitiamo le nostre case piu’ a lungo del solito. Un quarto del paese addirittura non esce di casa.
The Atlantic ci racconta dei 3.6 milioni di siriani rifugiati in Turchia. Quelli che hanno perso la casa.

Grandi vecchi

8 Mar

Da incorniciare Natalia Aspesi oggi su La  Repubblica.

L’odore dei soldi

7 Mar

Il piu’ bel monologo di sempre sul finanziamento delle campagne politiche per la Casa Bianca. Bill Maher su HBO.

3200 dollari

6 Mar

Dalla California Vasco Rossi rimbalza la notizia che i casi di coronavirus sono ancora pochi negli Stati Uniti perche’ il test (volgarmente, tampone) costa 3200 dollari. Non so se si riferisce alla storia del conto recapitato ad un paziente in Florida o se ha fonti altre. Quello che è sicuro è che tutti hanno riciclato in Italia l’informazione e ormai è sentire comune che da noi i tamponi sono gratis e in America costano 3200 dollari.
Dicevo ieri in un post che non è proprio cosi’. Costo variabile (a seconda della copertura assicurativa) o gratuito (se assistiti dai programmi federali, pensionati e non ).
E poi, naturalmente, ci sono quei 27,5 milioni che non hanno alcuna assicurazione e che in Italia abbiamo assunto si fossero tutti riparati sotto l’ombrello della riforma sanitaria di Obama (Obamacare). Per chi è in possesso di un’assicurazione privata (pagata personalmente o dall’azienda) il costo del test dipende dalla polizza stipulata. Come vedete siamo alla giungla ma chi vive in America lo sa sulla sua pelle. La questione riguarda la complessità del racconto. L’intreccio di pubblico e privato. Ad esempio il gigante delle analisi da laboratorio Quest Diagnostic sta lanciando il suo test. 
Un’altra societa’ di diagnostica, abbiamo letto, avrebbe la possibilità di produrre kit a 10 dollari..
Le fondazioni filantropiche, le università sono al lavoro per trovare il modo di testare la popolazione in modo economico. E in quantità.
Il problema è la catena delle autorizzazioni (e il costo) che porta all’analisi di laboratorio. Quante volte un cittadino americano prima di fare un esame, un’operazione chiama la sua assicurazione per capire quanto dovrà pagare ?!!!
Ecco perche’ il coronavirus è la grande occasione per la Casa Bianca e chi aspira ad entrarci. Test gratuito. Lo slogan che fa vincere e ci salva.

Il tampone elettorale americano

5 Mar

Se vai sui siti ufficiali (ambasciata d’Italia negli Stati Uniti e il CDC americano, il Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie) deduci tra livello 3 e livello 4 che andare oggi a New York dall’Italia significa entrare in una quarantena domiciliare (per chi ha un domicilio) per gli ormai rituali 14 giorni.
Aerei vuoti o cancellati.
Se invece cerchi di capire come funzionano i tamponi, test ecc in America incappi in un mal di testa, sintomo destinato a trasformarsi in patologia conclamata.
È lo stato federale, bellezza, al cui confronto ridimensioni in un secondo il casino delle ordinanze delle nostre regioni, dei nostri comuni. Questa frammentazione è stata testata gia’ con Ebola. E fu un disastro rimediato con cerotti di liquidita’.
Ho ascoltato ieri su Radio24 dire che ogni tampone usato dal nostro Servizio Sanitario Nazionale avrebbe un costo di 125 euro e che in America sarebbe di 3000 dollari. L’informazione è imprecisa ma fotografa una situazione in divenire complessa, negli Stati Uniti. A me ad esempio non costerebbe nulla perche’ assistito dal programma nazionale del Medicare, che copre chi ha compiuto 65 anni ed ha lavorato sul territorio americano. Stessa cosa per chi è assistito dal programma Medicaid, che interviene per le famiglie che usufruiscono dell’assistenza federale ( per capirci un aiuto alla sussistenza).
E per il resto della popolazione?
La stragrande maggioranza di quelli che assembliamo nella “classe media” e che, se non assicurati dal datore di lavoro, pagano un’assicurazione privata che non si capisce mai cosa copre fino in fondo?
Milioni di famiglie probabilmente non si sottopongono a test per paura dei conti degli ospedali. Ecco che arrivano le elezioni per la Casa Bianca.
La salute è da tutti riconosciuta essere la questione numero uno nella testa degli elettori. Sanders promette la gratuita’, Biden una revisione della riforma obamiana che ha comunque coperto meno del dieci per cento degli americani. Trump pure potrebbe cogliere l’occasione al volo. E infatti è arrivato un primo provvedimento. Che rimanda al medico la decisione sull’opportunità di procedere al test, comunque in un groviglio di possibilità.
Basta poi non dimenticare la lobby farmaceutica.
Sul tampone potrebbe giocarsi la Casa Bianca.
In America il virus è appena arrivato. In alcuni palazzi di Park Avenue a Manhattan ci sono distributori di amuchina all’ingresso, mi dicevano ieri. Ma a qualche chilometro di distanza se si avvertono quei sintomi che abbiamo imparato a conoscere si preferisce tacere e tenerseli. Per non morire di povertà.

Le maratone tv italiane, un martedì super

4 Mar

A chi parlano le maratone televisive italiane  sulle elezioni primarie democratiche ?
Me lo chiedo mentre gioco a ping pong tra Mentana e Sky TG24. Sono partiti a mezzanotte e promettono di tenerci compagnia fino alla California, a nove ora di fuso da Roma. Per tutta la notte, fino al nostro nuovo giorno.
Si vota in quattordici stati e AXIOS e POLITICO  sono i siti da seguire in tempo reale. Ci sarebbero anche American Samoa e i democratici all’estero e mi viene in mente che avrei dovuto votare ma questa volta non so chi scegliere e allora ci vediamo a novembre.
I maniaci d’America sono probabilmente divisi tra computer e televisione e lottano con il sonno, come sto facendo io. Ma gli altri ? Tutti quelli che stasera hanno seguito i talk shows nostrani che ci hanno appena detto che causa coronavirus si consiglia agli anziani di stare a casa ? Immagino che la raccomandazione non vada oltre l’oceano fino agli Stati Uniti, dove i candidati sono tutti tra i 70 e gli 80 anni.
Sono usciti alla vigilia di queste votazioni quelli col cognome difficile (Buttigieg, Klobuchar) sollevando non solo i nostri commentatori. I “giovani”.
Da Mentana il tavolo degli opinionisti è piu’ didascalico, televisivamente istituzionale. Potrebbero parlare di Renzi, Conte, Salvini, Meloni e stanotte sono in America. Tutti allenatori di calcio meno l’Annunziata che quel paese lo pratica veramente.
Piu’ specialistico il tavolo di SKY TG24 con Costa e Rocca, su cui mi fermo di piu’ perdendomi le battute di Mentana che è sempre un peccato.
Sento la brava corrispondente di SKY dire a proposito di Bloomberg che “la filantropia andrebbe fatta senza dirlo” e allora cambio canale. È vero il contrario. Va fatta (potendo) e va pubblicizzata. Almeno secondo me. E la storia degli Stati Uniti.
Sotto lo schermo (SKY) intanto scorre il serpentone che chiama Biden John, invece di Joe. Ma checefrega, tanto ‘sti americani sono quasi tutti John o Joe.
Mi accorgo poi che anche Linea Notte del TG3 sta facendo lavorare i suoi corrispondenti dall’America.
Ogni tanto rivado su NARCOS MEXICO di Netflix in attesa dei risultati. Perche’ diciamoci la verità. Tutti dicono, piu’ o meno brillantemente, cose che i maniaci svegli questa notte sanno benissimo. L’unico modo di allargare la platea per queste elezioni sarebbe quello di raccontare storie, credo.

IO CREDO, terzo capitolo

3 Mar

Dopo la prima e la seconda puntata, ecco la terza.

Aaron Sorkin, come scrivere le primarie

2 Mar

Da The West Wing ad oggi, passando per Facebook, ecc.

La BESTIA di Trump

2 Mar

Un ritratto dell’uomo che muove i social di Trump.

The great influenza

1 Mar

Nicholas Kristof scrive della “great influenza” del 1918.
L’editorial board del New York Times prende atto della diffusione del virus oltre i confini dei paesi e richiama tutti all’aiuto reciproco. Dovrebbe prima aiutarsi l’America stessa, in un caso come questo, almeno sospendendo la salute a pagamento.
Per tutto il resto ci aggiorniamo.

Piccoli Woody Allen crescono

29 Feb

Ha vinto l’Oscar per il miglior corto. Ha studiato film alla NYU. Gia’ lavora da qualche anno, anche per Netflix. Da seguire.

Emergenze

29 Feb

La storia di quello che sta accadendo , a margine del flusso di notizie.

Bonolis, IO CREDO NON CREDO PERCHÈ CREDERE

28 Feb

Bonolis, lunedi sera ore 21.05 TV2000.

CASE STUDY, CORONAVIRUS

27 Feb

Bisognera’ tornarci sopra su questo febbraio di coronavirus in Italia e la comunicazione.
Si puo’ dirlo gia’ oggi. In piena crescita del numero di contagiati e morti. Cinque in una sola giornata (record) gli scomparsi mentre viene abbassata la soglia del pericolo. I virologi ridotti a vox populi.
È cambiato solo il modo di produzione dell’informazione.
Dividerei in due stadi nettamente divergenti questo “case study” che dovrebbe diventare paradigmatico per chi studia “stampa e regime” nelle facoltà di comunicazione e scuole di giornalismo che nascono come focolai nel nostro bel paese.

Siamo partiti con il panico assoluto, venduto con il numero crescente di morti e feriti. Zona rossa, check point, esercito. L’Italia come Chernobyl. Lascio perdere il comportamento di opposizione e governo che andrà indagato, fino alle sovraesposizioni e proposte di coalizioni di “unita’ nazionale”.
La seconda fase è quella che stiamo vivendo. Il resto del mondo sembra avviato ad isolarci. Crolla l’economia. Crolla Milano, la citta’ simbolo dell’Italia che tira, funziona e che disegna un paese che non è solo Gomorre e Suburre.
E allora arriva la svolta. Si raccontano quelli che guariscono mentre i vecchietti continuano a morire, non si sa piu’ di cosa. Si riaprono musei e forse gli stadi e le scuole. La metropolitana di Milano non si è mai fermata e mi piacerebbe sapere come si fa in quei vagoni a rispettare “la distanza di sicurezza di due metri” tra gli utenti, potenziali appestandi.
Dall’altra parte dell’oceano il coronavirus deve ancora testare Trump. Wall Street lo sta ferendo e partono teorie complottiste.

Spero non si apra un terzo stadio di questa comunicazione. Vorrebbe dire che il virus si sarebbe consolidato, allargato. Molto meglio finire con questa retromarcia della macchina che non è del fango ma di un lavaggio avrebbe bisogno. Basta andare sulla homepage di un grande quotidiano e vedere se c’è ancora qualcuno con la mascherina. Che ogni virologo piantato in televisione in questi giorni ci ha detto essere inutile, se non ci si trova in una struttura sanitaria e/o si è sintomatici e/o testati positivi.
Non so piu’ dove andare a cercare notizie senza mascherina.

Coronavirus, America

27 Feb

Tra due settimane dovrei essere in America. Dico dovrei.
Da quelle parti stanno scoprendo adesso il virus. Mentre scrivo apprendo che sono solo 500 i tamponi effettuati, nel grande paese.  Appaiono i primi titoli  con i primi provvedimenti.Trump ostenta sicurezza. Fino a ieri il coronavirus sembrava marginale in America.
In Italia è partita intanto la grande retromarcia. Ci si è accorti che l’economia del paese è stata colpita a morte nell’enfasi informativa pandemica.
Ora c’è la gara a dire che si tratta di poco piu’ di un’influenza mentre il Presidente della Giunta Regionale lombarda si mette la mascherina. Che ci hanno raccontato essere inutile se non lavori in un ospedale. Comincerei a non chiamarli piu’ “governatori” questi signori perche’ governatori si chiamano in America e governano stati non regioni.

Thomas Friedman ha formato il governo degli Stati Uniti

26 Feb

Thomas Friedman, esperto di politica estera del New York Times e Pulitzer, scrive di un auspicabile governo degli Stati Uniti, dopo le elezioni di novembre.
Non accadrà.

IO CREDO, continua

25 Feb

Dopo la prima, ecco la seconda puntata.

A Celebration of Life. KOBE

24 Feb



Grazie a Sky Sport ho visto live la celebrazione di Kobe “Mamba” Bryant nel suo Staples Center di Los Angeles. Non è stato un funerale, che quello c’era stato.
È stata una festa. Le richieste dei biglietti avevano superato le 80mila. In 20mila hanno pianto e riso nell’arena che ha visto Kobe giocare, vincere con i Lakers.
Dal giorno della scomparsa, dell’incidente con l’elicottero, la citta’, il basket, l’America hanno perso un pezzo. Si è visto nelle parole degli amici chiamati sul palco. Michael Jordan, una bestia sul campo, il piu’ grande, in lacrime. Shaq il suo compagno, amico-rivale. Ha raccontato quello che gli diceva Kobe quando non passava mai la palla. E la platea è scoppiata in una risata liberatoria.
La moglie di Kobe, Vanessa, ha retto come ha potuto. Ha perso Kobe e la sua figlia di tredici anni, Gianna (Gigi). Le rimangono le altre tre figlie, tutte con nomi italiani. Impossibile non piangere. Vanessa è riuscita ad arrivare alla fine.
Beyoncé, Alicia Keys e Christina Aguilera si sono esibite tra un ricordo e l’altro.
Questo succede in America.

Chiudo con una cosa che mi riguarda. Il funerale di mio padre, a Cernobbio, fu triste. Come accade spesso. Poi il cimitero, la tomba che ho visitato per venticinque anni. E’ il bello dei paesi. Molti anni dopo è scomparsa mia madre. Io e mia sorella non abbiamo voluto un funerale. Alla cremazione c’eravamo solo noi due e la sua cara amica Annmaria. Un mese dopo, a New York dove mia madre ha vissuto, i suoi amici hanno fatto una (piccola) festa. Ognuno ha detto qualcosa di lei. Alla fine abbiamo mangiato e bevuto. La celebrazione di una vita.