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MYANMAR, Rai Italia

5 Gen

Terza puntata della serie SOLIDALI D’ITALIA, realizzata per Rai Italia.
La nostra cooperazione in Myanmar.

La classe delle elementari, in Myanmar

14 Apr

I bambini delle elementari sono in vacanza in queste settimane in Myanmar.
Sono entrato in un’aula vuota di un villaggio. Tanto per non uscire dalla serie sui maestri a cui sto lavorando.

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Dallo street food a Masterchef, Myanmar

14 Apr

Sulla via del ritorno. Non si mangia benissimo in Myanmar, diciamocelo.
Non è Thailandia ma nemmeno India o Cina. Paesi con cui la Birmania confina.
Si comincia sempre dal riso ma si finisce spesso per friggere tutto il resto. E tanto aglio. Ovunque.
Non ho mangiato per strada. Ma in case di villaggi è capitato. Tante verdure, alcune mai provate.
Poi un giorno siamo capitati, a Bagan, nel grande ristorante di un cuoco celebre per Masterchef, il programma più globale che c’è. Solo un’insalatona ma finalmente pane (caldo) e pizza bianca come (anzi meglio) sotto casa a Roma. La televisione ci fa masticare tante vaccate ma anche un filone toscano made in Myanmar.

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Torno in Myanmar

29 Mar

Vado due settimane in Myanmar. C’ero stato da turista.
Questa volta per Rai Italia.
Mi dice chi è tornato da poco che all’aeroporto di Yangon è arrivata la galleria dei “grandi marchi”. Come Doha, Dubai. Ma anche Fiumicino. Non ci credo. Vediamo. Intanto, il programma è molto bello.

In un seggio in Myanmar. Un incontro

8 Nov

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Oggi in una cittadina nel Myanmar, ai confini con la Thailandia, sono entrato in un seggio elettorale. Quarantamila anime sparse in una campagna attraversata da uno dei quattro grandi fiumi del paese.
Si e’ votato dalle sei del mattino alle quattro del pomeriggio in un giorno solo.
Nella scuola dove sono andato tutte le maestre erano sedute ai banchi per controllare le operazioni, nella tradizionale uniforme ( camicia bianca, gonna lunga verde).
Ho chiesto il permesso di entrare e i militari, stupiti e sorridenti, mi hanno aperto le porte, vietandomi di fotografare all’interno.
Dentro molto rappresentanti della NLD. Fuori si cercava il proprio nome tra gli aventi diritto.
Se non lo trovavano bastava uno che avesse votato a garantire per loro. E poi le maestre conoscono tutti.
All’uscita ho incontrato un signore con un cartellino al collo che mi sembrava potesse essere uno dei 2000 osservatori internazionali al lavoro in Myanmar.
Si trattava di Mr. Dean Smith, senatore australiano del partito liberale . Mi ha detto che dal suo paese sono venuti in tre senatori. E che tutto si sta svolgendo regolarmente per quello che lui ha potuto vedere, saltabeccando in quattro scuole.
Ci vorranno almeno due giorni per conoscere i risultati generali.
E sarebbe bello risentire allora Mr. Smith. Il primo senatore australiano, ho letto poi, a dichiararsi apertamente gay.

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Al voto ( Myanmar)

4 Nov

Incontro solo cortei della NLD, il partito di Aung San Suu Kyi.
C’e’ solo lei nelle strade, da nord a sud. Si vota domenica.

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Frecciarossa in Myanmar

4 Nov

Ho presto un treno in Myanmar. Andava a 15 km. l’ora.
Ci ho messo cinque ore ad arrivare dove con una macchina, su strade scassate, ce ne avrei messe due. Pero’ ad ogni fermata si scendeva per mangiare. E ho finito il viaggio con la pancia piena di riso.

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“Salutate la capolista”, in Myanmar. Al ristorante

1 Nov

Stasera entro in un ristorante in un villaggio in Myanmar, a poche ore di macchina dalla Cina.
Sul televisore in fondo alla sala va in onda una partita in diretta. Non ci credo.
E’ Fiorentina-Frosinone. Quando arriva il riso con il pollo, inquadrano i tifosi viola che gridano “Salutate la capolista “.
La cena migliore da quando sono qua.

ps purtroppo le fotografie che provano l’evento storico non riesco a caricarle sul blog causa wifi debole e ballerino

Myanmar , 50 secondi per votare

29 Ott

Sono da dieci giorni in Myanmar. Templi, pagode, monasteri. E spesso incontro manifestazioni, comizi muovendomi di citta’ in citta’, di villaggio in villaggio.
Oggi camminavo e mi hanno invitato ad una riunione in cui era raccolto l’intero paese che vota per il “Lady Party”. Cosi qua chiamano la National League of Democracy del premio Nobel Aung San Suu Kyi.
Tutti ti dicono che nelle elezioni del prossimo 8 novembre si fara’ la storia. Sono felici se dici di sapere chi sia la Lady.
Oggi mi hanno fatto sedere sotto il palco come fossi un inviato delle Nazioni Unite. Intanto spiegavano come fare a votare nei 50 secondi che saranno concessi ad ognuno per rivoltare il paese.

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RAI Myanmar

28 Ott

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In albergo in Birmania, perbacco.

Scrive Daniele. Che sanifica Singapore

24 Mag






“È ancora notte ma dobbiamo essere i primi ad entrare e quindi, in silenzio, usciamo dal furgone. Accendiamo la prima sigaretta e la fiamma dell’accendino ci illumina il viso, che nasconde la preoccupazione. Ci fermiamo un attimo, al cancello, soffiandogli contro il fumo, come per stemperare la tensione. Guardo i miei compagni, sorrido e sono ricambiato: questo basta per riportarci al rituale della nostra professione. Ci allacciamo le scarpe, poggiandole sul paraurti del furgone, entriamo nella tuta dityvek, come bianchi fantasmi, ci allacciamo a vicenda le maschere (stringendole anche troppo) guanti blu e copriscarpe. Infine alziamo gli ULV: la vestizione è stata completata. Ci aprono le porte a distanza, in sicurezza, ed entriamo.”

Così scrive Daniele, 35 anni, nato a Como e cresciuto a San Giuliano Milanese.
Lavora nella sanificazione a Singapore dal gennaio di quest’anno, dopo esperienze in Italia e in Myanmar. Carlotta, cooperante italiana oggi in Tunisia, ha incontrato Daniele a Yangon, in Myanmar e mi ha dato il suo contatto.

Continua Daniele.
“Un giorno mentre mi si scaricava la batteria del lettore CD partecipai ad un gioco investigativo di patologia vegetale applicata. Mi divertiva. Da sintomatologie e stagioni diverse, dovevo capire quale fungo, insetto o batterio avesse infettato la pianta e agire in tempo prima che la situazione diventasse irreversibile. È lì che è iniziato il gioco di approfondire non tanto le piante quanto i patogeni, capire come funzionavano e come influivano sui processi della pianta. E più studiavo, più capivo e più mi piaceva.
Una volta diplomato mi sono ritrovato tra le mani uno strano corso di laurea titolato “Protezione delle piante”. Venti iscritti al primo anno. Cinque rimasti alla fine. Più che un corso di laurea erano lezioni private.
Di mattino seguivo i corsi e la sera lavoravo al McDonalds.
Il giorno dopo la laurea ho cominciato a lavorare per una multinazionale della disinfestazione e disinfezione come stagista dell’ufficio tecnico.
All’epoca il settore era in fase di espansione e serviva inserire laureati per dare una parvenza scientifica a quelli che fino a qualche tempo prima erano chiamati “Ciaparat”.
Assunto a tempo indeterminato dopo 3 anni ero il piu’ giovane Area Manager della storia dell’azienda. A soli 28 anni gestivo 5 milioni di euro di fatturato e più di 50 persone, tutte più grandi di me. Un lavoro infernale, 24 ore su 24 per cercare di essere all’altezza delle aspettative. E uno stipendio da fame. Ma era l’estero il mio obiettivo, specialmente il terzo mondo. E cosi inviai un curriculum ad una azienda australiana che cercava un Service Manager da piazzare nella loro filiale in Myanmar.
Io non sapevo neanche dove fosse il Myanmar. Dopo un mese ero Operation Manager e dopo tre mesi Country Manager, responsabile di tutto il paese. E così sono entrato in tutte le “dark sides” del Myanmar, e più erano dark e più mi incuriosivano. Dal retro degli alberghi a 5 stelle infestati da scarafaggi a supportare la costruzione di villaggi turistici in isole vergini dove è normale che gli operai vengano attaccati da serpenti volanti o sciami di zanzare oppure negli slums che circondano i quartieri dei ricchi, dove i bambini vengono partoriti in casa e le case sono palafitte costruite sopra tappeti di rifiuti e ancora zanzare.
Dopo un paio di anni avevo capito che il mio tempo in Myanmar era esaurito. E cosi ho cercato ancora.
Tornare a casa sarebbe stata una buona idea ma ho ricevuto tante offerte con progetti incredibili e poi quando si andava a parlare dello stipendio finiva sempre con “tranquillo che tanto poi si vedrà”. E cosi’ i giochi si decisero su tre fronti.
Una multinazionale a Trinidad e Tobago, un progetto come Pest Control Division Manager in Cambogia o Operation Manager a Singapore.
Ero seduto sulla navetta Orio al Serio – Milano piazza Duomo e ad un tratto il cellulare si illuminò. Mail – da Winston Baptista – Singapore – “si e’ liberato il posto per cui lei ha inviato l’application”. Nell’esatto momento in cui stavo leggendo il messaggio e il mio cuore incominciava a palpitare, tra paura ed eccitazione, dalle casse della radio centralizzata dell’autobus è partita una vecchia canzone degli anni 70, che non avevo mai sentito prima, “Singapore vado a Singapore, vi saluto care Signore”. I Nuovi Angeli. Passai il doppio colloquio e il primo di gennaio ero su un aereo Milano-Singapore. Dopo 15 giorni e’ arrivato il Coronavirus  ed è partita questa guerra in prima linea.
Dopo una prima ondata , che sembrava completamente domata, ad aprile è arrivata la seconda a Singapore e ha colpito i dormitori dei lavoratori stranieri. Immense strutture localizzate nelle periferie di Singapore dove indiani, bengalesi e cingalesi sono “alloggiati” dalle aziende dell’industria delle costruzioni di Singapore, che lavorano ad esempio per la metropolitana. Nei dormitori sono ammassati in 290.000.
L’infezione pare sia partita al Mustafa Center nella Little India, centro di ritrovo per la comunità indiana, le domeniche. Da lì la trasmissione all’interno dei dormitori dove si condividono stanze, bagni e cucine e’ stato un attimo, arrivando ad oggi alla stima di circa 31.000 casi, in aumento di 800 al giorno.
Il governo di Singapore ha messo in quarantena i dormitori (divisione personale sano da quello malato e controllo degli accessi per evitare eventuali fughe) obbligato i datori di lavoro a verificare lo stato igienico sanitario dei luoghi in cui abitano e fatto partire le campagne di disinfezione delle aree in quarantena.
Noi siamo stati chiamati ad operare in queste zone rosse.
Entriamo giornalmente con circa 7-12 uomini su 4/5 dormitori/giorno, e in ogni dormitorio rimaniamo dalle 2 alle 3 ore con break ogni ora e un quarto per respirare e bere acqua in aree “sicure” (l’area sicura la creiamo al momento dell’arrivo sanificando una zona dove nessuno può accedere). Ad ogni ingresso seguiamo i protocolli da guerra batteriologica (vestizione, maschera facciale, guanti, copriscarpe – trattamento come ULV e pulizia delle zone ad alto rischio -decontaminazione prima di uscire e ancora decontaminazione del
veicolo mentre tutto il materiale “usa e getta” viene smaltito).”

Ho chiesto poi a Daniele del costo della vita a Singapore e come se la cava. Mi ha detto che se si vive come un local va bene, cioè mangiando indiano, cinese, malesiano, prendendo mezzi pubblici (“efficienti e convenienti, circa 90 centesimi”) e affittando una stanza in un “bel condo di Little India per circa 850 euro al mese”. C’è poi il lusso “birretta (alcolici cari) che costa 7 dollari locali”.
Scrive altro Daniele, che dice di “essere impacciato con le parole scritte”. A me non sembra. Il suo racconto, da San Giuliano Milanese a Singapore, allarga lo sguardo su questo virus viaggiatore. Ci dice come colpisce, in misura maggiore, le comunità più fragili. Quelle che convivono nelle metropoli che erano, per tutti noi, proiettate nel futuro. Una storia globale.

Cooperanti scrivono

12 Mag

Avrei voglia di scrivere di Silvia Romano. Vedo e ascolto in televisione, leggo tante cose. Nessuno la conosceva prima di un paio di giorni fa. E, mi sembra, nemmeno oggi.
Mi stupiscono alcuni più di altri che hanno frequentato Africa e Asia per mestiere, non da turisti nei resorts. L’ho fatto anch’io (sia nei resorts che nei non resorts) e spesso embedded, facendo incontri con donne, uomini e luoghi indimenticabili ma correndo meno rischi che nel traffico di Roma.
Preferisco ricevere e pubblicare storie che raccolgo da cooperanti italiani. Dopo quelle africane di Martina, Chiara e Michele ecco quella di Carlotta.
Coronavirus e Myanmar. Carlotta ama scrivere. Il suo racconto affonda in un paese che ama, quasi disperatamente. Ci vediamo Carlotta, su Skype.

Non è tempo di baci. Come in Myanmar.
di Carlotta Comparetti

Era la pentola più profonda che avessi mai visto. Una specie di cilindro: la base stretta poco più di un palmo e i bordi alti metà del mio braccio, dato che la prima cosa che ho fatto è stata infilarcelo dentro. Chissà a che cosa serve una pentola così. L’acciaio lucido rifletteva la mia stupida faccia con la precisione di uno specchio: è stata usata ben poco, per ovvie ragioni. Il secondo pensiero è andato al mestolo, di cui non c’era traccia, ma che se ci fosse stato sarebbe stato gigantesco. Il terzo pensiero è diventato un messaggio. Ho sfilato il cellulare dalla tasca, scattato una foto all’oggetto marziano e ho chiesto spiegazioni all’unica persona che, se una risposta c’era, l’avrebbe saputa. La mia amica Milena di Piana di Monte Verna, in provincia di Caserta: amorevole, prosperosa, dolce come una mozzarella. Senza di lei, a Yangon, sarei morta di fame. E non solo io. La sua era la cucina più equipaggiata del cosiddetto “Italian building”, una palazzina di otto piani in cui cinque appartamenti erano occupati dagli italiani di Sanchaung, il quartiere più in voga tra gli expat di Yangon. Uno dei pochi palazzi ad avere l’ascensore, tra l’altro, anche se avevamo paura di usarlo dato il rischio che mancasse la corrente durante il tragitto. Comunque la cucina di Milena custodiva una collezione di oggetti rari e misteriosi che lei si divertiva a illustrare con estrema precisione e un certo orgoglio, tra cui: il frullino, la grattugia per la noce moscata, la macchinetta del caffè con le cialde, il lievito di birra, l’alcool puro («Cosa te ne fai?» – «Il limoncello»), lo zucchero in zollette.

«Hai mai visto una roba del genere Milena?», le scrivo. Poco dopo aver visualizzato la foto della misteriosa pentola, Milena risponde:
«A dire il vero no. A cosa ti serve?»
«A niente credo. L’ho trovata nella casa nuova. La butto nell’aliga?»
«Aliga? Cos’è Aliga?»
«In Sardegna è la spazzatura. Se non l’hai mai vista neanche tu una pentola cosi, mi sa che la butto nell’aliga»
«Mi onora che mi consideri la tua consulente di pentole. Non saprei che farmene neanche io di una pentola così. Forse quando avrai una famiglia e molto numerosa… quindi campa-cavallo! Ma dimmi, come stai? Com’è la nuova vita lontano dall’Asia?»
«Sto bene grazie, Tunisi è bellissima. Tutto a meraviglia».

Quante bugie si possono dire in meno di dieci parole. La verità è che lasciare la Birmania è stato come lasciare un fidanzato che ami ancora, perché è la cosa giusta da fare e perché certi difetti non li cambierai. Ma anche se tutti dicono che è meglio così, che è così che doveva andare, tu hai il cuore a pezzi ed è troppo presto per amare la vita che inizia dopo di lui. Semplicemente non è possibile. Tutto questo non l’ho detto Milena, ancora convalescente dal secondo episodio di dengue spaccaossa che l’ha costretta al letto per un mese con febbre alta e sfoghi cutanei che le hanno colorato il corpo di rosso e giallo.
Dopo quasi tre anni a Yangon, la città più grande e polo economico del Myanmar, mi trovavo catapultata in un’altra vita, distantissima dall’Asia e vicina all’Europa. Infatti la cosa più insolita che avessi visto nelle prime settimane dall’arrivo, era stata proprio quella pentola. E comunque non è vero che l’ho buttata, l’ho rimessa al suo posto: nella credenza di legno di una casa nuova, casa mia, a La Marsa, un quartiere di Tunisi vicino al mare. Vivo qui da dieci mesi, scivolati così rapidamente che ho perso il conto. A portarmici è stato un nuovo lavoro: responsabile della comunicazione per un programma di rafforzamento dei servizi di base in Libia, finanziato dall’Unione Europea e preso in carico dal Ministero degli Esteri italiano per il tramite dalla sede di Tunisi dell’AICS.
A differenza di altre volte, affatto rare nella mia vita, Tunisi non è stata una questione di istinto, passioni o prove di coraggio, ma una scelta ragionata e pianificata: un nuova sfida professionale, non ero mai stata in Africa e per di più vicino a casa. Per l’esattezza, appena 270 chilometri a sud di casa, sull’altra sponda del Mediterraneo. Quello che non avevo contemplato nei miei piani praticamente perfetti era l’ipotesi di una pandemia: un virus sconosciuto e letale che all’alba del 2020 avrebbe messo in ginocchio il mondo a cominciare dai paesi cosiddetti “sviluppati”, primo fra tutti il mio, avverando il fatto inimmaginabile che a “casa” ci sarei tornata ancora più raramente di quando vivevo dall’altra parte del mondo. 

Mentre il COVID-19, che a dicembre è scappato veloce e inarrestabile dalla settima città più grande della Cina, comincia a fare rumore in oltre duecento paesi, in Myanmar tutto tace. I primi casi di contagio vengono resi noti solo il 23 marzo, facendo del Paese uno degli ultimi a parlare del Coronavirus. Un fatto paradossale, se si pensa che il Myanmar e la Cina si congiungono lungo una striscia di terra di circa duemila chilometri: un confine poroso varcato ogni giorno da circa 10.000 lavoratori transfrontalieri . Ancora più curioso se si aggiunge che la Birmania è collegata alla città di Wuhan, punto d’origine della pandemia, da un volo diretto che ha continuato a coprire la tratta fino al 23 gennaio, quando nella città cinese gli ospedali erano ormai già al collasso  Ciliegina sulla torta, il rimpatrio di decine di migliaia di migranti economici birmani dalla Thailandia quando, a marzo, il governo di Bangkok ha annunciato la chiusura delle frontiere. In quell’occasione, masse umane hanno viaggiato su bus sovraffollati prima di disperdersi in ogni angolo del paese. 

Sull’onda dell’ottimismo, che alcuni hanno letto più verosimilmente come un misto di reticenza e orgoglio nazionalista tutt’altro che nuovi al Paese, a metà marzo il ministro della salute Myint Htwe diffonde rosee previsioni di “zero contagi e zero morti”. Una teoria rafforzata dal portavoce del governo Zaw Htay, per cui “lo stile di vita e la dieta dei birmani” sarebbero di per sé “un rimedio naturale contro il virus”, così come prassi e consuetudini sociali. Perché “in Myanmar, a differenza dei paesi occidentali, non ci si stringe la mano, niente baci e abbracci quando ci si saluta e sono ancora in pochi a usare le carte di credito” .
E in effetti in Myanmar si utilizzano quasi esclusivamente banconote. Si usano fino alla consunzione, scolorite, raggrinzite e spesso macchiate di rosso-betel, la noce di areca di cui i birmani masticano le foglie disperdendo i residui per le strade, sotto forma di colate laviche di DNA.

È il primo aprile quando la Consigliera di Stato e Ministro degli Esteri Aung San Suu Kyi fa la sua prima comparsa sul medium preferito dai birmani: Facebook , che conta oltre 21 milioni di utenti in un paese di circa 53 milioni di abitanti, superando il raggio dei media tradizionali e qualunque altra piattaforma social. Non che morisse dalla voglia di resuscitare quel profilo nato nel 2016 e mai utilizzato, chiarisce la Lady, ma lo ritiene il sistema più efficace per diffondere le iniziative del governo nella lotta al virus. Tra queste, la progressiva chiusura del traffico aereo, la disinfezione dei luoghi più frequentati, tra cui la maestosa Swedagon Padoga, che ha continuato a scintillare sotto il getto delle idropulitrici caricate di perossimonosolfato di potassio , quarantena per i viaggiatori e la cancellazione di tutti gli eventi pubblici. Tra i sacrifici più sofferti, il primo è il Thingyan: il capodanno buddista tradizionalmente celebrato tra marzo e aprile con parate di migliaia di persone che dall’alba al tramonto si tramortiscono con secchiate d’acqua per “sciacquarsi di dosso” i peccati dell’anno appena trascorso. Acqua, musica e festa per giorni, una delle tante sorprese che la Birmania rivela a chi, come me, non l’avrebbe mai immaginato.  Eppure quest’anno, come una profezia, a lavare i panni sporchi dei birmani ci ha pensato il cielo: a chiusura di un Tingyan mai celebrato, su Yangon è caduta una pioggia violenta e inaspettata, troppo in anticipo rispetto al monsone che a giugno aprirà la rainy season.
Ovattata dal suono di una pioggia scrosciante, negli stati Arakhan (o Rakhine) e Chin in piena pandemia, ha continuato a consumarsi la guerra tra l’esercito birmano (Tatmadaw) e il gruppo etnico armato dell’Arakan Army (mosso da istanze indipendentiste). Un conflitto che dal 23 marzo, giorno in cui il Myanmar ha reso noto il primo caso di COVID 19, avrebbe causato almeno 32 morti, perlopiù donne e bambini (incluso un operatore umanitario dell’agenzia ONU World Health Organization , oltre il doppio dei feriti e 150.000 sfollati a cui il governo ha tagliato la connessione a internet, privandoli così dell’accesso a informazioni vitali sullo stato della pandemia e delle sue misure di contenimento. Sono proprio loro i bersagli più facili del COVID 19, due volte vittime: i profughi degli stati del Myanmar dilaniati dalla guerra, che Human Rights Watch conta sull’ordine dei 350.000 tra Rakhine, Shan, Chin e Karen. Costretti in campi o accampamenti sovraffollati, in condizioni igieniche precarissime, senza libertà di movimento e con sempre più ridotti aiuti umanitari . 

Alla fine di marzo, mentre la maggior parte delle organizzazioni internazionali e le agenzie delle Nazioni Unite rimpatriavano il loro personale, i miei amici ed ex colleghi dell’AICS di Yangon hanno scelto di restare. Penserete che sono matti o che potevano trovarsi qualcosa di meglio da fare. Ma il fatto è che qualcuno doveva pur rimanere. Perché ce n’è ancora più bisogno e perché ci si aiuta a vicenda, che poi è il senso del nostro lavoro: cooperare. Così questo lockdown lo trascorrono da soli, lontani dalla famiglia, lavorando dalle loro case umide nella meravigliosa giungla urbana di Yangon. Le rare volte che si incontrano, stanno a debita distanza. Senza stringersi la mano e senza effusioni. Proprio come ci insegnano i birmani. Dopotutto non è tempo di baci.

TUNISIA, Rai Italia

11 Gen

Su RAI ITALIA è andata in onda la quarta puntata di Solidali d’Italia sulla cooperazione governativa italiana. Tunisia, dopo Mozambico (in due parti) Myanmar. Da oggi sulla benemerita RAI Play.

 

MOZAMBICO, seconda parte

28 Dic

Se parliamo di clima, partiamo dal fondo dell’Africa.
Ecco la seconda parte della serie di Rai Italia sulla cooperazione per lo sviluppo. Si fanno degli incontri importanti. Con italiani come noi, che sono andati lontano.
Dopo il Mozambico Myanmar, Senegal, Tunisia, Giordania.

Senegal, Italia

28 Set

Continua il viaggio nella cooperazione italiana dopo Myanmar, Mozambico e Tunisia.
Vado in Senegal a conoscere italiani che lavorano nelle ONG e nell’AICS, che sarebbe la nostra cooperazione del Ministero degli Esteri. Bello, grazie.

Tunisi, Italia

30 Ago

Domani parto per Rai Italia. Riprende il viaggio tra quelli che lavorano con AICS (l’agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo ) Ministero degli Esteri. Dopo Myanmar e Mozambico ecco la Tunisia. Atri paesi coinvolti dalla sede di Tunisi sono Libia, Algeria e Marocco.
A casa loro.

A casa loro

7 Giu

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Girando per qualche settimana in Italia classi di scuole elementari ho dovuto fare molta attenzione ai volti dei bambini.
Obbligatoria la liberatoria dei genitori per andare in onda. E quindi lunga preparazione. O riparazione, dopo. O lavoro al montaggio di sfocamento.
Arrivato in Africa, liberi tutti. Bambini ovunque. Camminano ai bordi delle strade, anche da soli, per chilometri, con la divisa azzurra della scuola pubblica.
Sono sulle spalle delle madri, avvolti nei teli colorati. Emergono solo con gli occhi che si interrogano, forse, su chi siano quegli strani, brutti esseri dalla pelle cosi’ bianca.
A casa loro, in Mozambico, ci riempiamo i telefoni e le telecamere (nel nostro caso) di immagini di bambini. Cinque o sei a famiglia, in media.
I cooperanti italiani lavorano, soprattutto, a progetti per queste generazioni.
I cooperanti italiani che sto conoscendo hanno imparato il portoghese.
Si muovono come pesci nell’acqua e non lo dico per citare il presidente Mao, che da queste parti resiste nei nomi delle strade, come Karl Marx e compagnia revolucionaria di altre ere geologoche.
I cooperanti sono il nostro paese fuori dall’Italia. Come la pizza e la Juventus di Ronaldo, che in quanto portoghese strabatte il piu’ forte Messi (da quest’anno si vede il campionato italiano a queste latitudini, non a caso).
In Mozambico, almeno a Maputo, capiscono l’italiano piu’ dell’inglese. Per quel poco che ho visto. La cooperazione è piantata dall’indipendenza in Mozambico.
Poi c’è l’ENI, mi hanno detto all’ambasciata italiana. Come c’è in Myanmar dove sono stato un mese fa sempre a fare storie di cooperazione italiana ufficiale (AICS).
Quelli dell’ENI chi sono ? Cooperanti ? Italiani di serie A ? Guadagnano e stanno in Mozambico come Davide, Martina, Giulia, Paolo, Federica con cui sto scoprendo il paese ?
Siamo tutti a casa loro. Che poi è anche casa nostra, come mi diceva ieri Davide.

Pogba, nel campo di aglio

14 Apr

Ci siamo fermati sulla strada varie volte, in Myanmar, nelle ultime due settimane.
Il sole picchiava. Dai 36 gradi ai 42 dell’ultimo giorno. Siamo nella ‘dry season”. Tra un mese arriveranno le piogge, che pero’ non sono puntuali come in passato. Si chiama cambiamento climatico…
La vita dei piccoli agricoltori è sempre più dura. Soprattutto per le donne che lavorano nei campi a raccogliere aglio per due dollari al giorno. Con Vasile, l’operatore con cui lavoro da anni, ci siamo accorti che c’era un ragazzo, una volta. Indossava la jersey di Pogba, campione del mondo, di professione calciatore.
Poi abbiamo visto altri ragazzi con maglie del Milan, la Juventus. Made in China.

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Birretta

2 Apr

Arrivati. Si ricomincia. In Myanmar.

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Ci andrei piano a dire che Aung San Suu Kyi fara’ il governo

10 Nov

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Guardo la televisione e leggo i giornali a Yangon mentre preparo i bagagli. Stanotte il ritorno a New York dopo tre settimane in Myanmar.
Un paese non così remoto e chiuso come pensavo fosse. Ma su questo ci torno forse nei prossimi giorni.
Leggo su giornali italiani che “la pasionaria” ( solo da noi si usano tali ridicoli appellativi ) ha stravinto.
Per ora si conoscono solo i risultati delle grandi città dove la NLD ha trionfato come era immaginabile. Ma il 70 per cento della popolazione vive nelle campagne e questi risultati arriveranno piu’ tardi.
La USPD ha bisogno solo del 26 percento del voto nazionale per formare un governo, avendo gia’ il 25 percento dei seggi preassegnati ai militari al potere.
La NLD di Aung San Suu Kyi deve conquistare il 67 percento per governare.
Vedremo nei prossimi giorni quello che accade perché il passato insegna che non e’ tutto scontato per “la pasionaria”.

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Aung San Suu Kyi, il santino

7 Nov

Comincio a capirci qualcosa dopo tre settimane, in Myanmar. E dopo averne parlato con tanti, soprattutto giovani.
Domani, domenica, si vota. Le elezioni piu’ importanti di sempre. Dovrebbe vincere lei, il santino, che tutti ( o quasi ) qua portano nel cuore. Tutti a messa domani.

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Essere monaci, da bambini

31 Ott

In Myanmar sono oltre 500mila i monaci. Centomila solo a Mandalay, dove sono oggi.
Almeno una volta nella vita, anche solo per una settimana, i ragazzi buddisti dai sette anni in poi entrano in un monastero. Molti ci rimangono.


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