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Mad Men americani. Sintesi

22 nov

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Non mi sembra che in Italia ci sia la percezione di quello che sta accadendo negli Stati Uniti a proposito delle molestie sessuali.  Sembra materia per battute, per ascolti televisivi.
In America è in corso un passaggio storico, epocale, rivoluzionario. Chiamatelo come vi pare.
Hollywood è stata solo la partenza. Anzi la ripartenza.
La storia, per stare solo a quella contemporanea (nel senso che riguarda persone in vita) è stata messa sulla funzione rewind ed è tornata a Bill Clinton. Un grave errore averlo difeso, ha detto una senatrice democratica e altre hanno seguito. Saltando la collezione di presidenti non indenni si è arrivati a Trump. Nel suo caso la risposta è che la giuria popolare dell’elettorato lo avrebbe assolto.
La stessa cosa non era accaduta per due stelle nascenti del partito democratico. Uno ora in carcere (Anthony Weiner) e l’altro (Eliot Spitzer) tornato a fare l’immobiliarista.  Casi diversi dalle molestie di cui si parla in questi giorni ma utili a capire il quadro in cui comunque è maturata “l’assoluzione di massa” di Trump.

Il caso Weinstein (l’unico che ad oggi rischierebbe una incriminazione) ha scatenato il diluvio.
Su Washington, televisione e stampa. Quello che si vede, che emerge. Sotto la superficie del mare un sondaggio ci ha detto che una donna su cinque ha subito molestie sul posto di lavoro.
Quello che si apre (e qua piovono le infelici battutone) è il grado di separazione delle molestie.
Un senatore democratico, Al Franken, è messo sullo stesso piano di un aspirante al seggio di senatore in Alabama, Roy Moore, accusato da nove donne di pedofilia.
E’ crollato il confine tra le gli inviti, le proposte, le molestie generiche e le mani addosso.

Ci siamo svegliati con alcune delle serie televisive preferite (Mad Men, House of cards, Transparent) coinvolte. Da VICE ad Amazon, managers sotto accusa, anche nella nuova televisione.
Tra i vecchi networks la strage ha colpito chi stava più in alto. Molto prima a FoxNews, il CEO, creatore del miracolo degli ascolti tra gli elettori repubblicani, lo scomparso Roger Ailes e il numero uno dei conduttori di talk shows Bill O’Reilly. Poi in questi giorni la caduta degli dei riguarda Charlie Rose, colonna del giornalismo liberal (60 Minutes, TG del mattino CBS, PBS, Bloomberg) appena licenziato da tutti i networks. Le due coconduttrici del TG talk in onda con Rose non avevano parole. E nella stessa sera una delle due, Gayle King, è andata da Colbert. Stessa rete, CBS.
Due giornalisti all’apice della carriera, Mark Halperin (Time, MSNBC, Showtime) e Glenn Thrush del New York Times sono pure in stand by a casa per numerose accuse di molestie. Giganti dell’informazione e chi li denuncia non sono donne “morte di fama”, che ho sentito cosi’ elegantemente etichettare in un talk show italiano.

La lista è lunga. Lasciamo perdere anziani, celebri attori e registi che spuntano fuori ogni giorno, accusati da donne. E certo anche gay.
L’impressione è che siamo solo al primo capitolo di una narrazione lunga, complessa che sta cambiando se non noi, il nostro stile di vita. Per alcuni di quelli coinvolti in questa rivoluzione non stupisce il loro stupore. La velocità con cui avvengono i cambiamenti in America è la ragione del suo primato in tanti campi. Difficile da capire non solo per chi vive nell’antica Roma (ci sono nato e non toccatemi Roma nord…).
Axios, l’organizzazione di news, ci ha detto che presto arriveranno notizie dalla Silicon Valley.
Il nodo è il potere, dovunque esercitato. E la sua connessione con il denaro. Che ha sempre goduto di una rappresentazione iconografica unilaterale.
Nel 2014 Obama si chiedeva perche’ non ci fossero donne raffigurate sulla carta moneta corrente, i dollari. Poi finalmente una donna è arrivata.
Non è un avvenimento secondario. Soldi e potere sono maschili. E la modalità più diretta di esercizio di questa “supremazia” è quella raccontata, non incidentalmente, dalle stesse serie televisive citate, da Mad Men a House of Cards.
(Continua).

Lo Steve Jobs di Sorkin e’ un gran film

10 ott

Pratica sciolta subito al primo giorno, a quattro anni esatti dalla scomparsa del fondatore di Apple. Il film su Steve Jobs e’ fuori in soli due cinema a New York, prima del vero lancio tra una settimana.
Avevo letto ( solo i titoli ) delle critiche non tutte positive di amici e famiglia. Pare ce l’abbiano con lo Jobs apparentemente anaffettivo e non geniale che verrebbe fuori dalla scrittura di Aaron Sorkin ( The West Wing, The Newsroom, The Social Network ). Non mi e’ sembrato ma in questi casi ognuno ci mette la sua biografia dentro un’osservazione che non e’ mai pulita. E noi tutto quello che abbiamo imparato sul suo privato.
L’idea e’ quella di raccontare attraverso il backstage di tre delle famose presentazioni di nuovi prodotti di Jobs ( 1984, 1988, 1998, di cui due non tra le piu’ fortunate ). Non le vediamo mai queste presentazioni. La storia in tre atti si ferma sempre all’apertura del sipario, con il pubblico entusiasta che aspetta il guru.
Ogni volta vediamo pero’ gli stessi personaggi apparire ( la figlia Lisa, Steve Wozniak, l’amico e socio-inventore e John Sculley, il CEO che caccio’ Jobs dalla Apple ). Jeff Daniels, appena visto in The Martian, e’ un’appesantito John Sculley e ormai quando lo vediamo sembra sempre quello di The Newsroom.
La scrittura di Sorkin, e’ noto, non lascia spazi vuoti. Si parla senza interruzione e i dialoghi sono rapidi, acidi, divertenti anche quando siamo nel dramma ( il “walk and talk ” sorkiniano ). Un diluvio di parole che ci fa conoscere solo un pezzo della vita di Jobs. Quella prima del trionfo globale e della malattia.
Ottimi Kate Winslet e Seth Rogen. Meno Michael Fassbender ma anche qui questione di gusti. Regia diligente di Danny Boyle che questa volta non fa cose pirotecniche, come di solito.
Alla fine applauso a Union Square dove ero. E vicino a me parecchi commossi.

 

The NEWSROOM. Il telegiornale e’ morto, lunga vita al telegiornale

9 apr

Il telegiornale e’ un morto che cammina. A qualsiasi latitudine. Lo sanno tutti quelli che capiscono, anche poco, di televisione. Ma conviene a tutti quelli che ci lavorano , in televisione, continuare a fare aria alla salma.
Se avete in casa o conoscete un minore di 18 ( ma diciamo pure fino ai 25 anni ) che guarda il telegiornale piu’ di una volta al mese, presentatemelo.
Dicevo di esser andato dentro il telegiornale di ABC. Quello che ho visto e’ una redazione piccola e una control room grande. Il teleprompter srotola il racconto quotidiano, fatto di notizie che sembrano poco piu’ lunghe di un tweet. Ogni tanto un esperto si siede al tavolo dell’anchorman per un breve parere fatto di una, una sola risposta. Compresa naturalmente la meteorologa. La camera robotizzata e’ fissa sul conduttore che impacchetta, incarna, intitola il telegiornale a se stesso ( World News Tonight with David Muir ).
Frank Rich ha appena scritto una lunga, bella storia dei telegiornali americani sul New York Magazine. Quello che ricaviamo e’ che la personalizzazione dei telegiornali e’ antistorica ma vivra’ ancora, per la ragione che non c’e’ una alternativa se non la chiusura definitiva. Come un negozio che tira giu’ per sempre la saracinesca ma questa deve rimanere aperta per dare un senso ad una televisione generalista che altrimenti sarebbe senza tempo.
I telegiornali sono il nostro orologio quotidiano. Non servono ad altro. Le notizie in onda le conosciamo  gia’ da prima. Chi non e’ interessato a conoscerle sa comunque che la sua giornata e’ scandita anche da telegiornali che non vede. Ma  ormai le notizie sono un flusso che ognuno acchiappa attaccato alla chincaglieria elettronica che ci portiamo dietro. Gli altri, la maggioranza silenziosa, non contano per chi paga le news, la pubblicità.
Rich ha titolato il suo pezzo sugli anchormen A dumb job che traduco in Un lavoro da fessi.  Ha anche scritto che la NBC e’ ancora in testa tra i TG della sera e invece solo da un paio di giorni e’ avvenuto il sorpasso ad opera della ABC e di David Muir. I telegiornali, per Rich, sono come la notte in cui tutte le vacche sono nere. Cambiano le vacche da 60 anni ma il contenuto di quello che vediamo si e’ ridotto ad una miserabile rifrittura di breaking news ammuffite. Ormai conta il flusso delle notizie non il riassuntino sul teleprompter. Quando si ragiona di riforma della newsroom di questo spero si parli.
I numeri del sorpasso di ABC su NBC dovrebbero fare riflettere ( 7.99 milioni di spettatori contro 7.91 ) in un paese di 320 milioni di abitanti. Erano 10 milioni a network un anno fa. Sotto i due milioni in media il gruppo demografico decisivo, quello tra i 25 e i 54 anni, una pattuglia per ogni canale tv.
In attesa di vedere il telegiornale di VICE, ricorda Rich, continuiamo a celebrare questo modernariato televisivo. Giornalismo impalancato negli studi, dove ognuno chiacchera su video scaricati che non ha girato. Fino a che la newsroom sara’ occupata al grido di “andate a lavorare”( si fa per dire ).

Dentro il telegiornale della ABC. THE NEWSROOM

8 apr

Sono stato nello studio della ABC durante la messa in onda del TG della sera. Poco prima, mi ha detto la producer che mi ha invitato, avevano tutti festeggiato il primo posto tra i telegiornali della sera. Da quando Brian Williams della NBC e’ stato sospeso per sei mesi, in seguito al racconto di un paio di balle, si e’ aperta la gara tra i networks per il primato.
Il “giovane” ( 41 anni  e “sexiest man alive” ) David Muir sta guidando le news di ABC.
Quello che ho visto e’ una macchina da guerra al lavoro. Non ho capito pero’ dove fossero le notizie. Ormai corrono come un tweet, con la velocita’ della luce. Primi 15 minuti senza pubblicita’. Nell’altra meta’ del TG il diluvio di spot. Sono finite e non me ne sono accorto.

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The Newsroom, oltre gli ascolti

1 feb

Causa febbre sono intrappolato in casa e sto recuperando serie non viste. Mi sono mangiato i sei episodi della stagione piu’ bella di The Newsroom, quella finale. Tra un pianterello e l’altro. Causa febbre.

 

Ci siamo

27 ott

Passa il bus sotto casa. Con l’annuncio della fine di una storia. Quella di The Newsroom, dal 9 novembre.

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New Season, tornano HOMELAND e THE NEWSROOM. Io aspetto TRANSPARENT il 26 settembre

10 set

Troppi serial killers nelle serie tv americane. Non se ne può’ piu’

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In questi giorni di festa e recupero di serie viste a pezzetti ho fatto il pieno di serial killers.
Non parlo in questo caso della fenomenologia ( e mistica ) dell’antieroe su cui potremmo discutere a lungo. Il trend e’ in crescita perché’ il serial killer e’ il carattere ( e il meccanismo ) più’ facile da innescare in una serie con il potere di declinare, per opposizione, tutti gli altri personaggi in modi diversi e complessi nella loro relazione con l’assassino.
Siamo ormai all’orgia del serial killer nella tv americana. Venti serie del 2013 hanno girato attorno al criminale seriale. Non dico un ritorno a Frank Capra ma più’ Mad Men si. Anche piu’ The Good Wife, The Newsroom, Treme, Shameless. Si puo’ raccontare la contemporaneita’ senza l’ammazzamento in serie. E cosi’ si va a dormire un poco più’ sereni.

Aaron Sorkin, e il giornalismo “organico”

19 ott

Sapete, Aaron Sorkin e’ il creatore di The Newsroom, la serie che ora potete vedere su Rai3 e spero sara’ possibile continuare a farlo, nonostante l’ascolto non esaltante alla prima botta. In questo video e’ intervistato da Chris Matthews, di MSNBC. E oltre a guardare Sorkin, ascoltate Matthews. Per capire cosa sono i giornalisti tv americani. Vale anche per quelli di FoxNews.
Cosi’ poi ragioniamo su quanto e’ fiction The Newsroom.

L’ascolto di The Newsroom

18 ott

Stamattina ricevo sms/email da amici sull’ascolto di The Newsroom. La  prima puntata, doppia, è stata vista da 634.000 telespettatori per uno share del 2,35%. La cosa divertente e’ che , amici miei, mi scrivete consolandomi. Non sono Aaron Sorkin ( beh questo lo sapevate…). Ieri avevo scritto una riga dicendo di guardare la serie ( “E chissenefrega dell’ascolto. Anzi la manderei in lingua originale, sottotitolata” ). Pensavo che sarebbe andata piu’ o meno cosi’. Tra il 2% e il 4%. Quel punto in meno se lo e’ preso la Bonev, probabilmente.
The Newsroom, in America, in onda su HBO per due stagioni, ha esordito nelle prime puntate una volta con 2.1 milioni e l’altra con 2.2 milioni, sotto la media di altre serie di successo della rete. Anche per questo, oltre che per gli impegni cinematografici di Aaron Sorkin, il rinnovo della terza serie e’ stato a lungo in dubbio. L’Emmy inatteso a Jeff Daniels, protagonista della serie, ha rincuorato i signori della HBO.
The Newsroom e’ una serie tv sulla tv ( e altro ). Quello che si dice non bisognerebbe mai fare. Non e’ una serie sugli zombies. Mad Men fa piu’ o meno gli stessi ascolti di The Newsroom su AMC, la rete che fa dieci volte tanto con “The Walking Dead “.
Ora rimane il problema di cosa fare della serie in Italia. Decidera’ per il meglio chi ha il potere di farlo. E’ stata comunque un’idea coraggiosa. Avrei sfidato la morte andando in originale, come avevo scritto, per marcare la novita’ assoluta e dicendo cosi’ che l’ascolto non era un obiettivo. Ma non lavoro alla Sipra.
L’ascolto si costruisce, non lo porta la cicogna. Dibattito aperto, spero.

Guardate e fate guardare THE NEWSROOM, stasera Rai3

17 ott

E chissenefrega dell’ascolto. Anzi la manderei in lingua originale, sottotitolata.

THE new NEWSROOM

28 set

EMMYS, la tv che non premia solo l’ascolto

23 set

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Sfilano in apertura degli EMMYS i conduttori delle passate edizioni. Non tutti perche’ le edizioni sono 65.
Da quella cerimonia locale ( Los Angeles ) del 1949 alla separazione tra Emmys del daytime a quelli del primetime. Sono televisioni diverse che dimentichiamo presi dalla passione per le serie tv, ormai arrivata alla “modesta proposta del Nobel” per i creatori delle serie stesse, come ho letto oggi su un quotidiano italiano ( in America sono consideranti straordinari, ricchi mestieranti, non i parenti di Balzac ).
Per il secondo anno consecutivo niente “drama series” dei quattro grandi networks. E’ una rivoluzione che premia non solo HBO e Showtime, le pay tv, ma anche la piccola grande AMC ( da Mad Men a Dexter ). Mad Men ha vinto per quattro anni di seguito con ascolti che erano un decimo di quelli delle serie di maggior successo dei networks. L’ascolto non e’ l’unica metrica che conta in tempi di multipli schermi e buzz sociale ma questa e’ una tiritera che e’inutile ripetere ai broadcasters italiani, fermi alla tv nel tinello.
Questa cerimonia degli Emmys, come i Golden Globes e gli Oscar, e’ uno spettacolo non una semplice distribuzione di statuette. E’ una cerimonia scritta da autori, maghi del genere ( senza essere Mark Twain ) con numeri musicali da piangere dalla bellezza.
Andando ai premi, Julia Louis-Dreyfus si e’ presa subito l’Emmy, come previsto da tutti. La moglie di Henry Bromell ( Homeland ) ritira il premio per il marito scomparso quest’anno ( Outstanding writer in a drama ).
The Voice vince per i realities ( XFactor non era nemmeno tra i nominati e Ballando ha perso ).
Il grande Bobby Cannavale ( Boardwalk Empire ) vince per supporting actor. Invece per attore protagonista c’e’ una sfida mostruosa tra Jon Hamm-Mad Men, Damian Lewis-Homeland, Jeff Daniels-The Newsroom, Hugh Bonneville-Downton Abbey, Kevin Spacey-House of Cards, Bryan Cranston-Breaking Bad e proprio Cranston era dato per vincente alla vigilia. Invece ecco Jeff Daniels che ringrazia Sorkin, la scrittura.

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Claire Danes ( Homeland ) vince e ( come ti sbagli ) ringrazia la scrittura.
Per la regia vince David Fincher ( House of Cards ) ed e’ questa la grande novita’ perche’ dietro c’e’ Netflix, la televisione, non televisione, che si vede sui secondi schermi.
Due Emmys meritati a Stephen Colbert che scalza Jon Stewart dopo anni.
Steven Soderbergh  ( al suo primo Emmy ) e Michael Douglas per Behind the Candelabra, che vince anche come miniserie. Io preferivo Top of the Lake di Jane Campion. Modern Family trionfa nelle comedies, come sempre.
E si chiude con best drama come ampiamente, ampiamente previsto. Con la vittoria di Breaking Bad. Mio figlio d’accordo. Io avrei preferito Homeland ( e Mad Men tutta la vita ).

Se state seguendo The Newsroom

3 set

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La televisione americana-fiction racconta ieri, il giorno prima, il passato prossimo e il suo bello e’ che, per quelli bravi a scrivere, ci becca sul presente, sull’oggi. Accade con The Newsroom, la serie ( seconda stagione ) controversa di Sorkin, in onda su HBO. Troppo edificante la redazione, troppo soap la struttura, dite quello che vi pare ma difficile staccarsi e domenica, non essendo andata in onda perche’ HBO non ha voluto sprecare la puntata nel Labor weekend, sono stato “a rota”( linguaggio tecnico per crisi di astinenza).
Poi succede che il giorno dopo il New York Times, con il solito David Carr, ci porta dentro il cuore del problema, con “Campaign Journalism in the age of Twitter” . Sembra di leggere il copione di The Newsroom, che allora tanto fiction non e’. Intanto chi ha seguito sa che la guerra chimica era appena arrivata un paio di puntate prima che la notizia siriana scoppiasse ( e si era risolta, fino ad ora, in una mezza boiata ).
Il bello del pezzo di Carr e’ che arriva dopo che The Newsroom ha narrato “The Boys on the bus” , i giovani reporters embedded sul bus della campagna di Romney (” one giant, tweeting blob ” ). The Newsroom ci ha fatto vedere reporters addomesticati pur di non perdere la poltroncina sul bus e, ovviamente, il nostro eroe producer nella serie non lo e’ ( con contorno di storia sentimentale perche’ altrimenti che fiction e’, anche se la realta’… ). Carr ci dice che Romney, come la Clinton, non hanno capito il salto di fase.
Si parla cosi’ di un giovane reporter di BuzzFeed, ora di Time, ma soprattutto degli “Instagramming journalists, natives social media…”.
La differenza con l’Italia e’ che in America sono twentysomething e in Italia hanno l’eta’ mia. Piu’ o meno.

Ancora su Duck Dynasty. La tv americana che fa piu’ ascolto di cui nessuno parla

23 ago

La televisione meglio del cinema. La televisione, nuovo romanzo popolare. Quante volte l’ho scritto, quante volte l’avete letto. Negli ultimi tempi poi , in Italia, le serie americane confezionate dagli studios di Hollywood si portano molto. Come i pantaloni  a sigaretta e le basette.
Le serie americane sono belle, e’ come scoprire l’acqua calda. In due giorni, tornato da poco, ho recuperato le sei puntate di The Newsroom di questa seconda stagione e mi preparo ad affrontare Breaking Bad e Ray Donovan. Certo la distanza con la fiction di casa nostra e’ tale ( nella scrittura prima di tutto ) che e’ come paragonare una partita di Champions League ad una scapoli-ammogliati. Sono campionati diversi.
Nella televisione americana pero’ le serie che abbiamo imparato a conoscere, fenomenologia ed esegesi comprese, sono un pezzo, non il tutto. Poi c’e’ l’altra televisione, quella che costa molto meno, fa ascolto, soldi e racconta il paese “reale”. E’ una televisione piu’ insulare, che puo’ anche girare il mondo come fanno le serie ma racconta un mondo che a noi italiani appare esotico, per dirla con grazia, volgare, per dirla con la puzza sotto il naso. E’ il mondo di Duck Dynasty, delle Real Housewives di luoghi vari e di tanti realities che raccontano un’America apparentemente minore, in realta’ mainstream, se non maggioritaria. Un’America in cui si riconosce una comunita’ larga, che non digita le stesse cose che cercate voi ogni giorno. Un’America che sa bene che Jersey Shore non e’ televisione verita’ e lo sa meglio che in tutti i dipartimenti delle facolta’ di comunicazione di massa. Ma in questa realta’ accomodata ritrova le cose di cui discute a tavola ogni giorno. E ci sorride sopra, come in una sitcom, di cui questi realities rappresentano un’evoluzione della specie.

Avete letto da qualche parte che Duck Dynasty sul canale A&E, nella scorsa settimana, inizio della sua quarta stagione, e’ stato il programma piu’ visto in prime time  ( secondo, Under The Dome ) e i 15 programmi in classifica a seguire sono tutti dei grandi networks ( CBS, NBC, ABC, FOX ) ?  Non succede solo in Italia, cosa ovviamente comprensibile, ma con poche eccezioni anche in America. Eppure nel circuito delle conventions cristiane nel sud degli Stati Uniti il clan dei Robertson muove decine di migliaia di famiglie che accorrono ogni volta che e’ annunciata una loro apparizione. Il governatore del loro stato, il repubblicano Bobby Jindal della Louisiana e Sarah Palin, fanno a gara a farsi fotografare con loro. Si e’ pure parlato di una candidatura al Congresso di uno della famiglia di Duck Dynasty. “Sono hippies che odiano gli hippies”"sono macho ma chi comanda in casa Robertson sono le donne” ” sono antiautoritari e blue collar anche se ormai milionari”. Sono l’America dei red states ma sbaglieremmo ad appicicargli l’etichetta. Sono americani. Che gli hipsters di Williamsburg se li mangiano a colazione. Perche’ il brunch, quella roba fighetta, non sanno che cazzo sia.

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Televendite

9 ago

Ultimi giorni italiani. Tra una settimana torno a New York.
Ho provato, lo giuro, a vedere televisione in questo mese e passa di Italia ma e’ stato difficile, a tratti penoso.
Ho anche dirazzato su nuovi canali e non ho capito cosa si propone quello, ad esempio, della Feltrinelli. Serie americane comprate, documentari comprati, un’idea generalista per un popolo di nicchia senza un’idea che incolli in un pensiero coerente un racconto qualsiasi. Un racconto della memoria o della realta’ o di quello che vi pare , scegliete voi, ma fate capire perche’ avete sentito il bisogno di fare una televisione.
Ci sono altre televisioni che producono cose che a me non piacciono ma che capisci cosa vogliono fare ( istruzioni per l’uso di varia umanita’ ).
In questi giorni in cui con chiunque parlo di televisione si finisce sempre sulle serie americane, comincio a non poterne piu’. Certo Homeland, Mad Men, Breaking Bad, Dexter, Game of Thrones, The Newsroom e prima The Wire, The Sopranos, ecc, il romanzo popolare della modernita’, bla, bla. Tutto bello, tutto vero ma poi non si ragiona che queste sono cose realizzate da televisioni che non hanno il problema di fare grandi numeri generalisti ma che invece lavorano 1) a costruire una narrazione ( eh si, hi hi ) complessa ma riconoscibile 2) a fare prodotti per un mercato globale. A vendere, cazzo.
Noi invece siamo buoni solo a comprare. E poi dicono che non ci sono piu’ soldi.

Servizio Pubblico 1

15 lug

Ieri sono stato a trovare Marisa, 91 anni, amica di mia madre. Marisa non puo’ piu’ leggere i giornali e si informa con radio e tv. E’ piu’ sveglia e curiosa di me e , ci scommetto, di molti di voi. Mi ha detto Marisa che spera che l’estate passi presto perche’ la televisione in questa stagione fa schifo. Guarda, ascolta i telegiornali e poco altro.
Tornato a casa, pensavo che se la tv abdica anche al suo ruolo di badante, di accompagnatrice del suo pubblico di riferimento, gli over 65, il popolo dei pensionati, non ha ragione di esistere.
Erano le dieci di sera e acceso l’elettrodomestico sono incappato nella prima puntata di Under the Dome su RaiDue, massacrata da un doppiaggio enfatico che raddoppia inutilmente la tensione della serie.
Ho chiuso la giornata con la prima puntata di The Newsroom. Piu’ sereno.

Domani riparte THE NEWSROOM

13 lug

Questo era il finale da cui ripartire.

La serie di Sorkin su informazione e tv parte con la seconda stagione.
Comunque la pensiate su The Newsroom, io sono in Italia da piu’ di una settimana e la televisione del bel paese sara’ pure “fuori garanzia” d’estate ma e’ fuori da ogni grazia di Dio.

Piccola citta’, UNDER THE DOME. Da Stephen King la serie che profuma di Lost. Estate americana in tv

25 giu

Questa, partita stasera, lunedì, e’ probabilmente la nuova serie migliore dell’estate ( la sfida e’ con Ray Donovan ). Su CBS i 13 episodi di Under the Dome, dal libro di Stephen King del 2009. Uno, si dice, dei cento adattamenti televisivi o cinematografici dal corpo dell’infinita opera di King. Poi sta per partire tanta, tanta altra roba nuova nell’estate televisiva americana ( senza contare le ripartenze di Dexter, Newsroom, Breaking Bad,ecc ).
“Act of terror or act of God” ( opera di Dio o di terroristi ) dice uno dei protagonisti che ci sono stati presentati nel pilot, nella puntata zero della serie, per dire di un avvenimento straordinario, non spiegabile. Una bolla di vetro impenetrabile cala in una “small town America”, un muro invisibile che separa gran parte degli abitanti della piccola citta’ dal resto del mondo. La bolla sulla piccola Chester Mills e’ metafora di quella piu’ grande in cui sbattiamo ogni giorno. E’ l’apocalisse in vitro, quella che per King e’ soprattutto legata all’ambiente.
Volti da Lost, Breaking Bad, Bates Motel, CSI NY, A Gifted Man e autori, producers ( tra cui Spielberg, Bender di Lost, Baer di E.R. e Brian Vaughan di tante cose) regista ( Niels Arden Oplev della versione svedese di The Girl With the Dragon Tattoo ) provenienti da lavori di culto creano il microclima in cui la nuova pianticella cresce subito ricca, con radici piantate nella serialita’ che rimane.
I pesci chiusi nell’acquario modificano le loro relazioni e provano a capire come ritessere una nuova ragnatela sociale. Quella vecchia li aveva sorpresi a commettere un delitto, fare l’amore, rubacchiare, mangiare al locale diner. Ora cambia tutto. Gia’ subito la trasformazione indotta dall’evento soprannaturale cambia per sempre, nell’arco di dieci minuti di televisione, i protagonisti, portandoci dentro quella complessita’ dei caratteri che e’ la cifra assoluta delle serie scritte bene. Con dialoghi da subito scolpiti nella storia della tv, come quello che segna l’arrivo della bolla ( “What if the government built this thing?” “I doubt it.” “Why?” “‘Cause it works.” E se questa cosa l’avesse costruita il governo ? Ho i miei dubbi. Perche’? Perche’ funziona ).
Under the Dome era stato ideato per Showtime, la pay tv sorella della CBS, ma e’ stato ritenuto piu’ adatto al grande network e al suo pubblico generalista. Il libro da cui e’ tratto e’ stato parte importante della rivoluzione delle vendite relizzata da Amazon che ha spazzato via le vecchie librerie. King ha dichiarato di preferire la serialita’ televisiva al cinema per gli adattamenti dalle sue opere.
Al Washington Post Under the Dome non e’ piaciuto perche’ sarebbe pieno di stereotipi, al New York Times invece si. A me sembra roba buona, forse buonissima ( siamo solo all’inizio ) per un’estate che non spegne la televisione come accade in remote aree mediterranee.
La serie e’ gia prevenduta in 200 paesi nel mondo.

Il popolo di Amazon ha deciso. Bocciata The Newsroom comica. La televisione si spalma

31 mag

Amazon ha messo ai voti i 14 numeri zero prodotti. Il suo pubblico ha scelto le cinque serie che saranno realizzate e vedibili nel 2014.
Tre serie per bambini, per il mercato meno competitivo della tv per ragazzi. Le altre due sono comiche : una su una casa che ospita quattro senatori repubblicani in trasferta a Washington ( con apparizioni di Bill Murray e Jon Stewart ) e l’altra su amici che creano una applicazione per la rete. Nulla di serie drammatiche .
Chi sottoscrive per Amazon Prime paga 79 dollari l’anno ed ha diritto alle spedizioni gratuite di libri e non solo . Ma non si vedranno le serie tutte insieme come accade con Netflix. Un episodio a settimana come vuole tradizione. Un modello piu’ conservatore che spaventa relativamente la televisione lineare. Piu’ si allarga l’offerta video , piu’ si fraziona l’ascolto. Tutto qua. Meglio Netflix.

La presa in giro di The Newsroom, bocciata.

The NEWSROOM, season two. Aaron Sorkin, come sara’

13 mag

ANTIPOLITICA e ( passione ) POLITICA. Elezioni, televisione americana e televisione italiana

12 nov

Qualche pensierino a margine di una settimana importante in America. Una settimana in cui ha senso chiedersi quale e’ stato il peso della televisione in questo ciclo elettorale. I numeri dicono che il vecchio elettrodomestico conta ancora, che a giornate e’ tornato al centro della casa, che e’ stato saturato di spot negativi in meno di dieci stati ( a New York nemmeno uno, positivo o negativo ) che non e’ pero’ piu’ decisivo ma e’ meglio averlo amico. Con una enorme differenza ( con la situazione italiana ) tra televisione generalista e televisioni allnews.
I quattro grandi networks generalisti ( NBC,ABC, CBS, FOX e aggiungiamoci la PBS cosi’ fanno cinque ) hanno ospitato i quattro dibattiti facendo una media totale di 60 milioni a serata ( comprese tutte le altre TV con numeri piccoli e molto, molto meno dello scontro Reagan-Carter del 1980 ) e poi hanno raccontato la serata dei risultati finali, quella di martedì scorso, 6 novembre.
Il giorno dopo, il 7 novembre programmazione regolare con XFactor, The Voice, serie televisive,ecc. Tutto come sempre e mai piu’ si e’ parlato delle elezioni se non nel breve spazio dei notiziari e in quelli rituali dedicati alla politica, la domenica mattina. Punto.
L’ascolto del 6 novembre e’ stato complessivamente di 66.8 milioni, sei milioni e mezzo di meno del 2008. Pero’ e’ cresciuto in modo esponenziale quello dei siti online, di cui alcuni come Politico e Huff Post fanno la loro “televisione” online.
Interessanti gli ascolti delle tre allnews. CNN ha ripreso una sua centralita’ conservando il bacino, anzi accrescendolo visto l’orario in attesa del discorso dell’una di notte di Obama ( dai 9.3 milioni del primetime agli 8.2 delle parole di Obama ). Stabile a meta’ sui 4-5 milioni la tifosa obamiana MSNBC e crollo della tifosa di Romney FoxNews, che e’ passata dall’entusiasmante dato di 10 milioni nel prime time ai 2.7 milioni dell’una di notte quando ha parlato Obama e i telespettatori di FoxNews si erano buttati a letto disperati. Il giorno dopo tutta la conversazione politica e’ tornata completamente sulle tre all news, lasciando alle generaliste fare il loro mestiere di broadcasters di contenuti seriali, quelli che vuole Madison Avenue che paga la televisione commerciale.
Dunque politica tornata nel day time ad interessare, sulle tre allnews, un massimo di sette-ottocentomila telespettatori complessivamente, fino ai due milioni del prime time, sommandole tutte.
Questi sono i numeri della passione politica americana, filtrata dalla televisione. Il voto popolare e’ il doppio circa di quello dell’ascolto della serata del 6 novembre, intorno ai 120 milioni.
Dati i numeri, quali sono le differenze con la politica italiana che si accomoda in televisione ? In America la politica non tracima ovunque nel corso della giornata, non tocca i palinsesti se non in occasioni topiche, non conosce talk shows di prima serata, e’ confinata sulle allnews come in uno zoo ecologicamente compatibile ma sempre uno zoo, che io accendo spesso ma non lo fa la stragrande maggioranza degli americani. E i contenuti, la passione per la politica ne guadagnano. Per chi ama la politica queste elezioni sono state un trionfo della passione politica. Si e’ scritto molto di microtargeting, di strategie digitali della campagna obamiana ma senza le armate di volontari nulla sarebbe stato possibile. Per votare in America devi proprio volerlo fare, a partire dalla preregistrazione al voto. E il radoppio di questa ha fatto la differenza. Ma a portare al voto centinaia di migliaia di nuovi elettori in questa congiuntura economica ci e’ voluta una grande passione politica ( ripeto ). Commovente in molti casi, ve lo assicuro.
Poi, guardo l’Italia, il mio paese. E quando rimbalzo negli ultimi tempi sui talk shows serali sono sconvolto ( si proprio cosi’) dalle chilate di antipolitica buttate sulla faccia del telespettatore che, a vedere i numeri, sembra volerne sempre di piu’. I conduttori, con una eccezione, giocano a chi fa piu’ l’anticasta. Esercizio facile, facile, triste, triste. Che significa lavorare alla creazione di un vuoto di sistema che la televisione che dice di chiamarsi pubblica dovrebbe occupare. Non si distingue piu’ tra grandi trasmissioni d’inchiesta come Report e la loro volgarizzazione, spalmatura nell’arco della giornata, serata, in un ciclo e riciclo in cui tutto diventa nero come la notte.
E per finire ( e tornare al paragone con la televisione americana ) perché la televisione pubblica non ospita un dibattito degli sfidanti nelle primarie ? Io ne ho visti una ventina di quelli repubblicani, con un campo di concorrenti improbabili ma con grande piacere. E vari sulle generaliste.
La politica non e’ la malattia senile della nostra epoca. E’ una cosa ( se non proprio pulita ) che puo’ essere entusiasmante. Come ci hanno raccontato The West Wing e The Newsroom, le fiction che hanno specchiato bene televisione e politica e il loro reciproco intrecciarsi. E che nessuno e’ mai stato capace di fare in Italia.

No, il dibattito no ( i talk shows si ). Il CASO ITALIANO. Stasera l’ultima sfida Obama-Romney

22 ott

Leggo che si discute ( e forse ci siamo ) in Italia se, quando, dove fare un dibattito televisivo per le elezioni primarie del PD. Se solo Renzi-Bersani, con Vendola, con gli altri candidati. Tutto questo con alle spalle una storia di veti incrociati, di rimandi, di ricatti che hanno trovato anche nelle elezioni generali diverse occasioni di deviazione dal naturale corso di un processo democratico civile e apparentemente ovvio. Invece no. Nel belpaese in cui la televisione la fa ancora da padrona e, caso unico al mondo ( esagero ma probabilmente no ) i talk shows politici occupano tre ore di prima serata, un normale dibattito old style pare sia una impresa ciclopica da realizzare. Accomodati nelle poltrone dei talk shows, conoscendo prima chi si spaparanzera’ con loro, dedicandoci interminabili “ragionamenti”, i politici italiani ci vanno in televisione, dalla mattina alla sera. Ma il dibattito, no. Sulla forma piu’ elementare di confronto politico, alla quale se uno sfugge in America ha chiuso la carriera politica, ci si permette di aprire interminabili, strazianti trattative.
E poi uno si chiede dove sta la televisione pubblica ? Dove sta la sede naturale di questo confronto ? Perche’, leggo da lontano, SkyTg24 e Tgcom24 si offrono come luoghi di dibattito e, devo essermi distratto, non vedo la Rai in prima fila. Magari con RaiNews che cosi’ uscirebbe dalla penombra e sarebbe illuminata ? O anche con le eroiche Rai4, Rai5, che cosi’ anche mia madre scoprirebbe che esistono e lottano insieme a noi ?
Io vengo da una stagione di 20 dibattiti per le primarie repubblicane in cui i piu’ improbabili candidati della storia americana si sono confrontati consegnando infine la vittoria a Mitt Romney. Stasera assisteremo al terzo e ultimo dibattito presidenziale tra lo stesso Romney e Obama. A reti unificate con ascolti che nelle prime due occasioni sono stati intorno ai 60 milioni.
La serie The Newsroom ci ha recentemente regalato la preparazione di un dibattito da ricordarsi. E’ la democrazia. E anche la televisione.

Dopo The NEWSROOM, le altre

27 ago

Ho recuperato le puntate che avevo perso di Newsroom, in questa estate trascorsa nel paese in cui la televisione va in vacanza più a lungo dei suoi telespettatori.
E stasera ho visto la decima e ultima della stagione. Bella. Un manuale di giornalismo televisivo rotto dalle storie sentimentali dell’ufficio e dintorni.
Newsroom ha ripercorso la storia CONTEMPORANEA appena masticata in questi anni. Ho letto di passaggio critiche, post italiani sulla serie scritti con quell’arietta di sufficienza che spesso sbuffiamo fuori noi a capocchia ( “era meglio The West Wing”,ecc ). Sara’ pure un’operina minore di Mr Sorkin ma a me e’ garbata. Parecchio.
Anche il semisuicidio di Will dopo un brutto pezzo uscito su di lui sul New York magazine.
E la resurrezione di Will, il newsman repubblicano, che non gradisce il Tea Party.
Meno solamente , forse , l’ingresso alla In Treatment dell’analista, che ora pare essere un complemento necessario nella serialita’ americana. E’ utile, come una voce narrante, per darci pezzi che che ci eravamo persi della storia ma sta diventando uno stereotipo. Che lo strizzacervelli torni nel suo format senza allargarsi ognidove.
La nostra terapia seriale prende altre strade da settembre in poi con l’arrivo di una tonnellata di nuove stagioni di vecchie serie, con qualche novità’. Qua di seguito i trailers di quelle che guarderò sicuramente. Aspettando Shameless, quella di cui pochi parlano e che a me piace da pazzi.

http://youtu.be/NrXEHSnG8o8

http://youtu.be/2NzpnjVmuCA

http://youtu.be/nHa3nK5_3Us

Sono d’accordo

18 lug

Vi rimando a post precedenti di questo blog. Su Aaron Sorkin e The Newsroom. Bene cosi’.
Anche se io non c’entro con la “media elite”.

Pagelle di una domenica d’estate

16 lug

Domenica sera, scavallando canali.
THE NEWSROOM ( HBO ) sempre meglio, più soap, sotto un incrocio di storie sul luogo di lavoro, la storia della lotta tra hard e soft news, rotta dalla notizia del ferimento di Gabrielle Giffords e la strage intorno a lei. Breaking News nella newsroom. Prima divertente, poi commovente. Voto 9
BREAKING BAD ( AMC ) devo ritornarci, ho visto venticinque minuti della prima puntata della quinta e ultima stagione Voto 7, sulla fiducia
POLITICAL ANIMALS ( USA ) visto nella stessa serata di The Newsroom, sembra Dallas. Creato dall’autore di Everwood che non mi era mai piaciuto, troppo didascalico. Le storie di “tu sei stato con quella e io ci starei se potessi” viste su The Newsroom sembravano Truffaut. Se pero’ lo guardiamo come si guarda una di quelle fiction tutte primi piani con la camera che dorme, poi va bene. Si capisce perché HBO e Showtime l’hanno lasciata a USA. Dove e’ un upgrade, come essere passati dall’economica alla business, gratis. Voto 5–
Per la storia ( della televisione ) siamo a meta’ luglio e la merce di cui parliamo e’ tutta roba fresca, di giornata.

THE NEWSROOM, Episode 2. Bello

2 lug

Visto il secondo episodio di The Newsroom. Come diviso in due, la prima parte ancora troppo lezioncina sul giornalismo TV. Poi decolla. La quantità di parole ti stordisce e avverti meno il paternalismo didascalico di Sorkin. Che, anzi, apprezzi sempre più, di questi tempi.
Cominciano ad uscire fuori tutti gli altri della Newsroom. E viene fuori una bella orchestra. Dicono che dovrebbe crescere dopo la quinta puntata. Per me va già bene così.

Ecco, THE NEWSROOM a NBC, lacrime e sangue

29 giu

Un addio con lacrime di una delle conduttrici del Today Show della NBC , lo show del mattino che , per capirci, ha qualche similitudine con UnoMattina ci  precipita dentro The Newsroom, copia reale di quella fiction di HBO.
Ann Curry, la brava Ann Curry, da 15 anni nella squadra del Today, era da un anno la coconduttrice con l’immarcescibile Matt Laurer. Era stata promossa in sostituzione della più allegrotta, compagnona, sorridente Meredith Vieira che, dopo cinque anni, si era riservata una parte più defilata solo per le occasioni speciali, come le Olimpiadi dove tornerà in pista con Laurer. Le due signore sono l’incarnazione di due modi di fare le news, o quello che e’ rimasto di queste nei grandi networks. Una, Meredith, regina del soft, l’altra, Ann, regina delle hard, nel senso delle news.
Lo show del mattino per la NBC e’ la maggiore fonte di introiti del network. E’ spalmato dalle 7.00, ormai fino alle 11.00, un format che dopo la prima ora ( già parecchio infarcita di “alleggerimenti” di vario peso ) diventa solo moda, cucina, gossip,ecc nel corso della mattinata. Matt Laurer ha firmato lo scorso aprile il rinnovo del suo contratto per una cifra, si dice, vicina ai 25 milioni l’anno. E’ il mercato a determinare queste paghette ( 475 milioni incassati dalla pubblicità’ nel 2011 ). Dopo 16 anni di primato al mattino, il Today Show e’ stato superato più volte dal suo storico contender, Good Morning America della ABC , da aprile in poi.
Una rivoluzione, una catastrofe a seconda dei punti di vista. E la colpa della caduta e’ stata attribuita senza tante mediazioni alla brava Ann Curry. Dopo 865 settimane consecutive al primo posto il Today Show ha cominciato a perdere e Ann Curry e’ saltata come un birillo che , comunque, cadendo, porterà a casa 10 milioni nei prossimi tre anni, tornando a fare l’inviata nel mondo per le news della rete.
Le lacrime live di Ann Curry, che dice di avere fatto il possibile, segnano un passaggio quasi simbolico all’inzuccherata delle news. Chi la sostituisce e’ brava e più giovane. E’ la vita, nella televisione del mattino.

CNN, la Newsroom che non piace piu’

28 giu

Politico spiega perché la CNN e’ arrivata al suio punto più basso d’ascolto medio negli ultimi 21 anni ( 446mila nel primetime, 319mila nel daytime ). Non e’ una gran notizia. Anche su questo blog ho detto spesso che CNN e’ finita stritolata dalla polarizzazione delle altre due organizzazioni cable news , Fox News e MSNBC. La novità semmai e’ che anche queste hanno perso ascolto negli ultimi tempi e io avrei titolato su questo, più che sulla CNN. E’ la televisione delle breaking news in crisi quando non accadono disgrazie,ecc e quando la lavatrice della politica non e’ nel suo ciclo finale di lavaggio, come accadrà da settembre a novembre. Come dice Politico, comunque, il profitto generato dalla CNN ha raggiunto quest’anno il suo record di 600milioni grazie alla rete internazionale di distribuzione, agli alberghi, agli aeroporti,ecc
La crisi di identità ha piegato CNN ad una vana deriva gossippara senza dare risultati. In molte ore della giornata sembra di guardare un giornale popolare che, poverino, prova ad esser tale arrancando. La perdita’ di autorevolezza, specialità non sono state compensate da un allargamento dell’audience che ha già le sue mangiatoie in cui e’ abituato a cibarsi. Ricordo quando sfottevamo il buon Larry King che metteva a suo agio tutti i suoi ospiti e ora ci tocca sorbirci l’inglese Piers Morgan, meglio noto come giudice di reality shows.
La strada dovrebbe essere quella disegnata da Sorkin in The Newsroom. Se si danno le notizie in mano a tronisti, bellone e bellini alla lunga si va a sbattere il muso contro quelli che questa roba la sanno fare meglio. Sarebbe il caso di riprendere a fare giornalismo investigativo ( o semplicemente a dire le cose come stanno ) senza distillare informazione con il bilancino, in attesa del prossimo uragano. Facile a dirsi. E cosi’ eccoci a srotolare ore ed ore della storia di John Edwards e della sua amante che adesso ci ha scritto su un libro. Cose che dovrebbero essere fatti loro. Se la CNN fosse ancora la CNN degli anni 80.

THE NEWSROOM. Giudicate voi

27 giu

Dicevamo che alla critica The Newsroom non e’ piaciuto. Didascalico, verboso,  pieno di stereotipi. A me e’ piaciuto. Per ora. Al pubblico anche, a giudicare dal risultato. 2.1 milioni di telespettatori per HBO che entra solo nel 30% delle case americane perché e’ un costo supplementare. Solo 100mila spettatori in meno del debutto di Game of Thrones che ebbe un lancio nettamente superiore.
Con decisione insolita HBO ha messo su You Tube l’intero lungo episodio di domenica. Quindi fate voi. Power to the people.